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l’agevole facoltà di compilar missive, scriveva Kafka alla sua Milena, deve aver portato scompiglio e rovina tra le anime del mondo. scrivere lettere è infatti un intrallazzo tra fantasmi, non solo col fantasma del destinatario, ma col proprio, che s’evolve in gran segreto nella lettera che si va scrivendo o persino in una stringa delle stesse, dove una ne corrobora un’altra potendola insignire a testimone.

difficile dargli torto. ogni rigo scritto per uno sguardo umano, foss’anche questo il proprio e solo quello, è un coito tra fantasmi, o perlomeno, nella lenta e ipnotizzante seduzione della carovana di lettere che traversa il deserto della pagina bianca, ha iscritta quella missione ultima nel nucleo del suo mandato.

le cose andrebbero sempre ridotte al termine minimo del gesto che può descriverne l’azione primaria. Gaiman metteva in bocca a Shakespeare che i sonetti si scrivono per spalancare gambe, e un pallido conforto è ricavabile dalla nozione che in ultimo, al netto della tara di chi mai legga o ascolti, ogni roboante monologo, segretamente o sotto la soglia di quanto possa essere udito, si agita timido e a cuore in mano secondo le coreografie del dialogo.

detto questo, quando i giorni e le missive erano amici più intimi, i pacchi di minuti che ci offriva ogni risveglio donavano scrigni di tesori più opulenti. è da ieri che questo dettaglio, a mo’ di cartaccia, deiezione canina o bubblegum sotto le suole, m’è rimasto impiastricciato alle pieghe delle meningi, non tanto la sua mera constatazione quanto il fastidio di non riuscire a dirimerne con approssimata certezza le cause ultime: l’installazione e l’esecuzione continua della messaggistica istantanea nella kermesse di tessuti sociali che ci avviluppa ha portato la frequenza e il ritmo della comunicazione interspecie a livelli inauditi, ma queste particole di mitraglia che ci piovono addosso gemelle di quelle che elargiamo, pur con l’impellere dei telegrammi e spesso come questi possesse dalla frenesia del morse, del pane fragrante del senso sembrano soltanto inerti farine, e nell’affanno di dispensarne e pararne finiscono per deficitare sia dell’acqua del pensiero compiuto che dovrebbe informarle, sia del lievito del cogito necessario a comunicar questo nel suo intero, e in ultimo del lasso di riposo e crescita che questo benedetto pane vada a condurre al destino del forno e ultimata cottura. le cose peggiorano esponenzialmente: dopo una decade di vampirismo robotico e i vasti danni serotoninici e dopaminici che questi s’era prefissato, pare sempre più ubiqua la facoltà, nei comms, d’appiccicare dita e cuori e faccini gialli sganasciati a scudettar particole, assolvendoci da un lato dal dovere e il garbo di pensare una pur monosillabica replica, e dall’altro forzando anche le nostre conversazioni sempre più teoricamente private a immagine e somiglianza delle stesse griglie che per la decade in questione ci sono andate irretendo per venderci le liquerizie al gelsomino e i weekend lunghi nelle spa subappennine a una frequenza ormai così ripida da aver scagliato loro stesse nell’inusabilità e i poveri cristi a esse affastellate in uno sciatto paradigma monodimensionale das kapital che da buon mostro di fine livello sembra quasi impossibile da esorcizzare.

c’è pure da dire che la corolla primeva di tanta frenesia, saturazione e disattenzione ha portato tutti, me in primis, a sospettare l’innesco di qualsiasi conversazione come potenzialmente indesiderato, forse inopportuno e comunque giammai auspicato: e se nel tempo intercorso sono mutati i protocolli e il galateo della chiamata telefonica e ancor più rapidamente quelli della più giovane posta elettronica, che ne è, in questo giorno ed epoca, della missiva cartacea? trascorro la poco sovente congiunzione astrale di ogni momento libero e propizio a scrivere, e tuttavia nell’ultima decade, appunto, non credo di averne stilate più di tre, un numero che, paragonato alle decine e centinaia di quelle precedenti, più che indicare un calo sembra alludere a un errore di sistema o a un’anomalia statistica, e anche queste comunque, salvo quella inviata a una cara amica per punto di farlo, hanno avuto origini tanto strane quanto anomali gli esiti: una l’ho scritta e persino illustrata, ma per tema d’invadere la privacy altrui chiedendo un indirizzo a cui recapitarla, l’ho infine scansionata e allegata a una meno invasiva mail, e l’altra, non possedendo recapiti più affidabili per la persona cui era destinata, ho finito per lasciarla dosso un parabrezza bloccata dal tergicristallo nell’umida notte autunnale, come una spia russa in un anonimo lungometraggio monocromatico. anche da questi episodi è trascorsa tanta caterva d’anni da diventare a breve una decade a sua volta. i fogli bianchi vagano onnipresenti e bradi nella casa assorti in altri scopi, ma le buste da lettera, intrappolate in chissà quale cassetto, saranno di sicuro ingiallite e i francobolli, perlomeno nella mia zona, sono diventati quasi impossibili da reperire senza ingenti spostamenti e lancinanti file. è ignoto se la storia della letteratura coprirà il futuro: le orge gaudenti dei fantasmi proseguiranno probabilmente imperterrite, ma le raccolte d’epistole saranno tutte titolate lettere a nessuno.

la storia fagocita per progetto ma avvertirne i denti aguzzi che strappano un brandello della propria vita è un sentore curioso. chissà se anche i cadaveri provano la stessa cosa.

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i quaderni di Marie Curie sono ancora radioattivi, e alla Bibliothèque Nationale devono tenerli chiusi in una teca rivestita di piombo. forse c’è ancora speranza. o perlomeno mi capita di pensarlo dopo aver pensato d’averci almeno provato, insistentemente, un passo e un inciampo e poi un altro passo e via così, da anni, finché da anni non sarà da secoli e questo piombo potremo anche toglierlo.

su un silo credo una decade fa mi ero chiesto cos’avrebbero dovuto farci con tutti quei contanti se non decouparci il sarcofago, ma poi nel tempo è sorto evidente che il punto non era neanche quello. questa è la mia casetta, alla fine, quale che sia l’ultima destinazione d’uso, e allora tirar giù le tende o cambiarle, quando non persino smantellare le mura, appare tanto più lecito quanto un guizzo, e rivedendo le vecchie categorie mi sono accorto che un tempo tutta questa forma non c’era, bastava una colonna in serif e un titolo del cazzo e poi le dita ballavano e ballavano e ballavano fino all’ultima mossa che con uno scatto secco chiudeva la bulerías schioccando e poi via, nella notte sempre più prossima a ridosso d’un solstizio o l’afa ancora impossibile dosso l’altro.

dovevo attaccare alle sedici e trenta ma alle sedici e dieci, invece di mettere i panni da lavoro nello zaino, aprivo l’editor e scrivevo qualche riga, sempre e solo come se potessero essere le ultime. dieci righe, o una foto, o una foto con sotto dieci righe. tutto quel mondo è scomparso. non solo perché sono scomparso io e solo per riapparire altrove, ma perché a furia di vedere fantasmi ci siamo dimenticati cos’era un corpo, e avendo smarrito l’ancora, cos’altro resta da fare se non naufragare?

andavo via, e prima del ritorno nella notte non sapevo nulla di quanto sorgeva a commento: i computer non si portavano né infilati nel culo né attaccati alla faccia, e nel vasto allucinato del corpo nella fatica e nel sudore, nel tiro al piattello con lo sputo degli endodemoni, il vasto materico porkòdion vorticitante, solo il cervello andava avanti sconnesso dal contesto a immanentizzare birilli e bertucce, tucani e spinterogeni, ombrelloni sbiaditi e lisi e latte di lattice mezze vuote ma tuttavia bastanti, ogni piccolo elastico e collante saliva per assemblare le più scintillanti delle astronavi.

ecco. la mia casetta è pur sempre un’astronave. magari non pare ma pure, senti il rombo. a te pare un fischio da qui, ma se lo rallenti si capisce meglio. è un suono continuo che sale e sale, gorgoglia e muggisce, ringhia e grugnisce, t’apostrofa con frasi senza termine che vogliono solo ricordarti che sei vivo.

vivo. vivo.

dove una folla lo sta urlando come s’urlerebbe nudo! nudo! o nuda! nuda!, ferali ai bordi con visione offuscata, lembi arzilli pronti a pugna o abbracci e ogni secrezione secretabile secreta a guizzi e zampilli, ad aerosol ottundenti, assordanti, tutti a puntare al centro del circolo circasso illusi che vi sia altro lì oltre a uno straordinario, ineludibile vortice. quando invece,

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più che altro di queste cose ne scrivo per togliermele dalla testa, per evitare di ruminarci sopra a sufficienza da convincermi che contengano la chiave di sblocco del minuto livello successivo, che, in altre parole e in qualche modo, si possa in esse ravvedere l’ammicco di una direzione da intraprendere, la freccia luminosa allusiva dell’ennesimo anonimo viottolo da percorrere.

questo era due giorni orsono, ma un esempio calzante: tre millenni e mezzo fa, a sud del Cairo e a nord di Assuan, nella valle del Nilo, sulla riva occidentale opposta a quella che un tempo era Tebe vennero erette a cuore della necropoli due grandi statue gemelle raffiguranti il faraone Amenophis III, ambedue sedute, le mani sulle ginocchia e lo sguardo volto a est, verso il sole nascente e il fiume, poste a guardia della Casa dei Milioni di Anni, un complesso monolitico che dei faraoni venturi ribadiva la natura divina e la possente, sinché schiacciante regalità. ognuno vede quello che vuole, e tanto sforzo e impegno e schiavi sfracellati, nella rosa delle prospettive possibili della storia, vennero destinati ad intonare un cantico diverso: un cinque lustri prima di Cristo un forte terremoto danneggiò il colosso di settentrione irrorandolo di crepe, facendo sì che al suo sorgere il sole che lo bagnava, scaldandone la pietra, la facesse fischiare e fischiare nel silenzio, rendendo nitido l’impresso che l’alba avesse da piangere a vederla. già l’anno dopo il geografo greco Strabone, in visita in Egitto a seguito d’un prefetto, descrisse scettico l’origine del fenomeno e poco avanti Pausania paragonò il vagito al suono d’una corda d’arpa o lira che si spezza, e in una frase tanto annodata quanto affatto dirimente, già riporta che al faraone delle origini il volgo, con buona pace delle megalomanie dinastiche, aveva già sovrascritto al colosso, per tanto lamento, Memnone, il re d’Etiopia figlio di Titone e della dea dell’alba Eos, che trafitto dalla lancia d’Achille per vendetta conto terzi provocò in seno alla madre tanto di quel lutto che nei secoli venturi se ne stava appunto ancora udendo la eco indubitabile dello schianto e Giulia Balbilla, poetessa amica di Vibia Sabina moglie d’Adriano, quando accompagnò la corte imperiale in sito, per commemorare l’evento compose epigrammi che ancora oggi si possono intravedere incisi sul basamento dei resti confessare che non si sapeva già più che voce divina si stesse levando, ma che certo in quell’alba s’era levata a salutare il re dei re Adriano, che fosse chiaro a chiunque ovunque quanto gli dei l’amassero.

ognuno vede quello che vuole, quello che può sulla base di quanto ha intenzione di credere. da qualche anno si ciarla a dirotto di notizie false come se fossero la causa d’ogni male, quando la radice del problema è forse il dare credito a qualsivoglia tipo o fonte di notizie: la verità si dimostra una proposizione tanto più esile quanto disperatamente la si abbraccia. e tra un milione di anni, quando le onde tremule del forte terremoto che avrà irrorato di crepe le nostre scocche si saranno da lungo tempo dissipate, che importanza avrà mai tutto questo circo, per chi avrà gemuto cosa rammemorando cos’altro? c’è la forte possibilità che la nostra percezione individuale della realtà non sia altro che una fantasia allucinata, febbrile, tanto più tale in funzione della specifica ricerca di senso che a questa solitamente andiamo accompagnando.

sempre negli stessi giorni, leggevo, in un dispaccio dello scorso ottobre scritto da un individuo due decadi più giovane di me che faceva precedere i suoi lemmi dal frontespizio di un quadro antico ritraente san Paolo assorto a redigere epistole al suo desco con tanto di daga poggiata al muro alle sue spalle, fare il punto che ogni post d’un blog (questo genere letterario confuso a cui le masse apparentemente transumanti dai silos in questi giorni vanno ponderando l’attracco) sia in realtà una lunga e complessa stringa di ricerca elaborata allo scopo di scovare, verbatim, genti fascinose per fare sì che dette convoglino frammenti d’interesse alla propria casella della posta: e sembrava pertinente, da più di molti punti di vista, come lo sguardo che esule dal garbo dell’intenzione vaga ramingo in strada e ogni cortesia affettata a esseri estranei o più o meno ritenuti noti e il flehmen e i sospiri e il traffico dei feromoni non faticano ad aderire alla medesima descrizione. e posto che a queste stringhe vi fosse veramente una riposta pronta quanto quella dei motori a cui sovente volgiamo quelle testuali, cos’è che rinverremmo all’altro capo?

devo ribadirmi che è una domanda sincera. la sto ponendo proprio perché ignoro la risposta. e forse sono cieco. o forse: le allucinazioni febbrili generano scrigni di meraviglie. il gioco pare solo finito, anche se i più lo stanno ancora giocando assennati, bruciando patrimoni vieppiù risici e inconsistenti, latrando agli avversari minacce con la mimica del corpo e i quattro fonemi in croce di chi come si parla ha smemorato, pare finito perché nel lasso che ci precede nessuno sembra aver saputo eseguire nuove mosse e ogni iterazione nasce stanca, opera spossata sbuffando fino all’inevitabile chiusa per letalità di tedio. tutte queste frasi vertiginose e vorticitanti per dire sempre la stessa cosa, e di preciso, cosa?

nella vita, trascrivevo qualcuno nei miei appunti all’alba del 25 settembre 2020, siamo creature incoerenti, frammentarie e incomplete dal potenziale immenso. potrebbe tornare utile fare lo sforzo di divenire quanto coerenti sia possibile nella vita, e provare ad articolare le nostre sensazioni e volgerle in linguaggio, parole e simboli. l’anno dopo, in un post che andavo a porre a lapide dal nulla sull’ennesima avventura, riassumevo succinto the lazy fuck reptile brains of most, per dopo righe e righe scrivere in chiusa come along, micro ghost you, there’s plenty of space to roam.

la parola del giorno è passata da sinew a tendril, ma stiamo ancora parlando dalla stessa cosa. dal blocco togli pietra e riveli forma. la soluzione passa per l’aggiungere spazio. tutto quello che riesci a immaginare, quando spegni questo cazzo di cervello.

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negli anni in cui davo il titolo ai post questo l’avrei chiamato The very thought of you crushes obstructing forces così a secco, e senza sapere neanche che cosa ci avrei scritto dentro. ma sono anni diversi questi: in questi giorni di confino differito scopro che anche lo stallo ha un rombo, e pur riconosciuto a tutto un arbitrio (cassando il false friend più ovvio di agency) l’idea di cosa si finirà per scrivere è comunque vieppiù pallida - soprattutto se ogni ricognizione dell’occhio rimanda accumuli di scartoffie sempre più incomprensibili che attorno alla scrivania s’affastellano a ricordare arcigni che due palle possa a) essere provare a fare qualunque passo e b) essere umani, ma non tanto per l’essere umani, pur vivido, persino sensuoso e irrinunciabile status, quanto l’essere umani nei ventrami d’un complesso sociale che a detto status assegna sì e no lo score degli ingranaggi e le pedine - e dunque, terminato un lavoro non si principia il successivo, scusando il non gesto con l’arrivo prossimo dell’intermedio, di quello che segue appunto più urgente, e si microdosano le vacanze per non ricordare che storicamente se ne sono sempre fatte poche.

nella data misterica del 13 dicembre 2019, a un’ora che non ho riportato e non ho dunque nessun modo di recuperare, cercando di stracciarmi via dal nugolo ruminante inflitto anche dalle assegnazioni poco sopra citate, cadevo probabilmente in ginocchio scrivendo:

questo è vero per ogni individuo sotto il cielo, ma fa testo comunque: una parte di me non è riuscita a crescere, perché pertinentemente alle teorie sciamaniche del recupero degli animi, ogni volta che l’anima prende una botta si stacca un pezzo che resta nell’incantesimo statico e atemporale di quel dolore e dunque non riesce a crescere con l’intero del sistema che lo ha contenuto. il che mi porta a pensare che al di là dell’idea romantica una cerimonia di recupero dell’anima non deve essere esattamente una passeggiata, non tanto per la cerimonia in sé, di cui in ultimo non so nulla, ma per la fase successiva, dove recuperi il pezzettone, ma questi è in future shock. forse uno non ha mai perso nulla, ma parti di sé continuano a vivere inorridite e il sistema va a troie per questo.

ecco, forse oggi serviva soltanto rileggere questo, e l’altro centinaio di righe estratte a caso dall’antro dell’archivio, per cercare di immaginare il resto. e Nettuno allude ai sogni come all’oblio, e forse averlo in casa dell’impiego, come alludevo in comms, allude al fatto che la carriera te la sogni quanto al dato che una delle stesse diversa non è improbabile sognarla nel risveglio. sognare come, poi, a sera d’un giorno principiato obliando in tutta fretta gli animali ignoti che sembravano aver invaso la villa comunale, senza la minima idea di tutta la peripezia che li aveva preceduti.

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la rete smotta e forse era pure ora. il post che resta in cima settimane è un’istanza la quale valenza passata il tempo ha smarrito, e oggi potrebbe alludere solo al fatto che s’è stati impegnati, ammalati o distratti o forse solo rivolti altrove, perpetui e imbambolati, pregna l’aere di fragranze atempori. e intanto trascorrono eventi clou, ciarle quotidiane e compleanni, e nel tempo si traghetta alla Caronte, tenendo stretto l’obolo che tanto a lungo ci ha lenito lo sguardo.

fuori l’autunno transita all’inverno. in giorni di confino per non sparger pesti anche il tenue fuori appare un eldorado. anni fa, intervistata da El País, quando le si chiese perché scrivesse come scriveva, Bárbara Jacobs rispose a questo punto i libri lineari sono stati tutti scritti, e in tutti i loro stili, le epoche e le lingue sono insormontabili. un altro spunto interessante su ribbonfarm:

Un pensiero più nefasto che mi è sovvenuto è che forse questo senso di atemporalità è più difficile ravvederlo perché di fatto il tempo lo stiamo esaurendo e la nostra civilità mortale è agli sgoccioli. […]

Mi è sovvenuta anche un’idea curiosa, cioè che stiamo annegando in un mare di reboot, di repliche e storie riciclate sugli schermi televisivi e cinematografici per lo stesso motivo per cui le persone in punto di morte vedono la propria vita scorrer loro davanti agli occhi in un baleno. La storia sta finendo.

non sarà così facile disfarsi delle attese interminabili ovunque, ormai arti fantasma d’un processo di perdite incolmabili e irriconoscibili, gesta cieche e quasi completamente robotiche mentre ancora c’è chi tenta di fingere d’averci capito qualcosa e l’erge persino a vessillo della propria espressione. quando invece nessun giardiniere è più possibile perché la giungla ha sbranato ogni micron di quello che contenevano sempre più alte mura.

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eppure, leggo scritto nel catalogo delle opere di Jigme Lingpa, proprio per via della stessa chiarezza la maggioranza di chi si affida alle parole resta confuso da quello che sembrano significare: gli scritti, profondi e intrisi di significato al punto da grondarne, sono composti e assemblati serbando in cuore le necessità e i limiti di discepoli più o meno inconsapevoli di un’epoca degenerata, ma non importa quante volte nei tanghi di giochi del proprio confinato intelletto li si vada con scrupolo ad analizzare, resterà sempre difficile sondare l’abisso di tanta profondità. gli scritti hanno la capacità di condurre gradualmente chiunque allo spazio sconfinato, qualsiasi impressione sia ciò destinato a recare, e si tratta perciò d’evenienze particolarmente rare, che in un futuro non meglio precisato assurgeranno a istruzioni per la pratica.

sistemi e strutture, qui in locale, vanno nel frattempo perdendo i pezzi, essendosi di necessità dovuti riciclare e reinventare di continuo, nell’arco di settimane, cercando di mantenere aspetti e funzionalità più o meno base a valle di motori diversi e sempre comunque lontani da un immaginario ottimale. la storia sembra la stessa delle genealogie che i testi sopra riferiti elencano, senza che forse da nessuna parte vi siano i bagliori che in una fiamma arcobaleno ci riconsegnano all’auspicato dissolversi della forma.

in un altro di questi dedito alla pratica di una divinità combo si legge nel proemio una storia molto toccante:

Proprio come aveva profetizzato il Grande Maestro Padmasambhava, malato e in pericolo di vita ebbi l’intenso sentore che uno spirito damsi coperto di stracci mi andasse lacerando i fianchi con una spada. Dunque, incapace di distogliere lo sguardo dalla forma del Grande Maestro, la mia mente si colmò d’illimitata devozione. Attraversato dalle radianti benedizioni di Padmasambhava, lo spirito damsi s’imbarazzò di quello che stava facendo e colmo di rammarico implorò d’esser perdonato. Alché Padmasambhava m’impartì il sadhana che segue:

eccolo, eccolo il punto: immaginare cancro e miseria e simili anedonici militi e tutto lo stuolo a seguito d’ostacoli capire, colmarsi d’imbarazzo prima e rammarico poi e poi nel chiedere perdono riprogrammare il proprio fungere e apparire ad assolvere scopi infine compassionevoli e sensati.

Il corpo del Guru Rabbioso ammalia eroico e indomito, la voce emana Hayagriva in risa minacciose e inferocite, la mente Garuda di saggezza primeva fluttua placata e compassionevole

Alla divinità che imbriglia forze avverse offro ogni elogio e dono

Al centro del mio cuore attorno a una sillaba hum sul disco d’un sole, le sillabe del mantra ruotano come tizzoni, emettono raggi di luce come lingue di fiamme, emanano garuda come scintille a incenerire le forze avverse, risuonando col raglio del cavallo che fa tremare l’universo intero

Purificando il mondo e chi vi dimora, i raggi di luce si dissolvono in me, che appaio come la divinità, avvinta nel Mahamudra

Se reciti seguendo il tempo, continua per quanto paia ragionevole farlo

Al termine d’ogni sessione, dissolvi ogni cosa come l’hai generata

Questo profondo tesoro della mente ai miei figli del cuore affido

avessero funto come prima le strutture, o non mi fossi avveduto delle fughe di moti dagli ingranaggi, non avrei dedotto nulla del genere nel medesimo quadrante temporale. non sembra più un sospetto che il vero grimorio possa emergere solo dagli scarabocchi a matita sui foglietti volanti, e che a ogni passo della danza stiamo coperti di stracci a brandire spade alla cieca come gli spiriti pentiti.

2022-10-17-T18.33.25

da giorni non si riesce che a riportare negli appunti commenti sempre più elaborati a uno qualsiasi dei lavori in corso, bruciati per altro in tempo record vista una coda incrementale per span e range del cervello che di rimando s’accorciano, e ciò stante la mano compassionevole dell’universo, che in queste ore gioca al quindici come mai, stupendo e commuovendo me e anche le pietre. e all’opposto del guado il dato che tanta pena a malapena andrà a colmare un apice di dieci bulbi per generare in primis altra pena e risultati finali scissi, traslati chissà come per fagocitare altri span e ore al gaudio di sere e notti sulla terra.

a ciò s’è da tempo adusi ed è forse inutile darne conto, eppure stamane, favoleggiando con un amico d’una rete ipotetica di case affittate a rotazione intesa a sfangare l’arcigno esponenziale delle utenze come fosse già distopia aperta, mi sono trovato a farlo in strada, col cane che s’arrabbiava del transito dei simili mentre i bipedi di vomito in groppa ad altri bipedi sembravano averne già sgorgato bastante.

c’è poco sollievo ancora in aere e anche di questa discrepanza s’andrà a congegnare una risoluzione. fido l’ausilio. pari alle più inospitali lettere d’europa la frase che scorre in testa è una sola: come una piena o un vortice da sempre scorre spiazzando quant’è dragabile, irrispettosa e ignara a mo’ di cieche furie dei fenomeni.

2022-10-14-T10.58.19

questo, disse l’uomo in costume, è uno dei nostri Titani Viaggiatori. si sta preparando mentalmente a secoli e secoli d’esplorazione dello spazio intergalattico.

2022-10-09-T19.04.48

in tarda mattinata a mo’ di coccodrillo Asymptote ha ricacciato fuori una vecchia intervista a lui, condotta da Coccia nel 2021, che si trova anche su YouTube, in francese. si parla pure, a un certo punto, di tenere diari, prendere appunti. Latour dice di aver accumulato 223 taccuini, che pensi e perciò scrivi ed è lo scrivere a farti pensare, che ai suoi allievi diceva sempre che se non scrivi vuol dire che non stai pensando. dei taccuini c’è anche la foto: ma l’asserzione più toccante la reca dicendo che i suoi lavori pubblicati equivalgono probabilmente allo 0,01 per cento di quello che ha scritto. che il mondo che stiamo vivendo derivi in qualche modo da quello che l’ha appena preceduto è un dato incomprensibile.

2022-10-02-T08.51.08

a Talamanca Cioran scriveva che ogni rivoluzione è datata perché si fa con idee passate e sopravvivenze ideologiche. paranoicamente voglio appuntare da giorni che forse è proprio questo il piano: il progetto ultimo di impossibilitare le idee non sgorga tanto dalla volontà di facilitare l’aggiogamento quanto da quella di impedire le rivoluzioni. già oggi qualsiasi movimento o cella dovrebbe pattinare a lungo e in ogni possibile direzione il fiume ghiacciato senza che in vista vi siano foci, sorgenti o emissari, e le idee passate, da tanto sono passate senza dar vita ad altro, assurgono ormai a deboli eco, segnali sempre più flebili ove dei sonar che potrebbero rilevarli ci si è smemorati della forma prima ancora che del funzionamento, della sostanza.

sembra un cogito amaro e come tale dovrebbe serbare le vele spiegate del riscatto, ma non le sento, non le vedo: resistere sembra una preoccupazione più vivida della rivoluzione, mille volte in più ora che le forze che ci oppongono vogliono solo, e ineluttabilmente, piallarci. e c’è sempre il rischio che sia il solito gioco di specchi e che in nuce stia accadendo tutt’altro: ignoto ai più nella meno complessa delle trame e ignoto a ognuno nella raggiera delle restanti.

2022-09-23-T08.02.13

ho dormito abbastanza, il che vuol dire che, forse, non è più il momento di dormire. la penna è stata poggiata e poi ripresa solo a tratti nella carovana di ore seguite. note di lavoro, numeri di telefono, battute smozzicate agli script e pensieri in fuga, disegni di pesci, pitoni, polpi e uccellini: da qualche parte in casa i recipienti vaghi che ne contengono a frotte sono le scatole nere del loa trabaille al centro del cuore. nelle puntate precedenti, mentre scrivo il diario che fuori albeggia, emerge alla mia consapevolezza il concetto di antisingolarità: dove nella singolarità come spettacolarmente intesa l’accelerazione tecnologica permette all’intelligenza artificiale di scavalcare quella umana, nell’antisingolarità

nessuno supera nessuno, le capacità computative di uomini e macchine pattinano a vuoto perché ormai i sistemi sono saturi di merda e non solo non resta più niente da pensare, si è anche smarrita la cognizione di come andrebbe fatto

e non servono neanche verifiche: l’antico assioma del gigo, in virtù della medesima accelerazione, rende da tempo responsi immaginificamente inservibili, e a furia di accelerare le colonne di fiamma delle culture esplose sembrano l’unico vessillo capace di condurci al cielo, lo stesso cielo, comunque, vuoto per miliardi di chilometri e indimorabilmente glaciale.

2022-09-08-T18.05.10

magari invece di aprire il blocco note dovrei riaprire la dashboard e continuare a lavorare, anche se vado avanti dalle tre del mattino dopo tentata morte da parte dell’organismo, questo sconosciuto, questo complesso sistema di farraginosi ammassi e così limpide svettanti scattanti scagliate retratte confisse inabissate raggianti tensioni e scosse elettriche, sovranità sinaptiche, sensi stesi a rete verso un mondo che per giogo del gioco, o gioco del giogo, ho persino dimenticato quanto sia davvero incomprensibile. ma forse quest’oggi a continuare a lavorare non ce la faccio: lo specchio mi rende il portamento dei pulcini e gli occhi sgranati di Bambi, i capelli spettinati perché dopo la doccia della media mane ho pure dimenticato di dargli la forma sensata del casco di banane che storicamente assumevano tutt’altri capelli d’altrui spirti quand’era qualche giorno che la doccia non la vedevano — e poi mi distraggo, copio la riga di codice che esanima le legature perché al carattere corrente mi rompe le palle che la “i” che precede i plurali si trasformi nella prima singolare del supereroe che incede, del supercriminale che sproloquia il piano di conquista destinato alla disfatta per default, perché altrimenti in questo lungo vortice d’eroi naufraghi, bibbie manichee e tavolette sumere, che cosa ci dovremmo raccontare?

di fatto potrei pure venire giù da un momento all’altro come la torre dei tarocchi o un più gioviale castello di carte. lanciare le dita nelle righe prima che l’artrosi ci derubi dell’ultimo sogno smemore d’inaudite esecuzioni automatiche. sogno nella mota perché alla fine ogni virgulto resta ed asfissia, tende e trafora e verso luce arde e corre e sale, come non ci fosse un cazzo di domani o come se, questo domani, fosse soltanto un pensiero di passaggio, e tutto quello che c’è da sapere te l’hanno già detto i pini.

2022-08-31-T12.21.24

eppure al netto delle rivendicazioni spirituali e degli ammicchi contriti dei guru suadenti quello del karma è un concetto semplice, persino basilare: se continui a spargere merda, prima o poi te ne ritroverai circondato.

2022-08-30-T20.36.18

dopodiché, raccontai, il mio sogno procede stereo. da un lato il mio tulpa e la tua olosegretaria — ma poi non ricordo come continuava. il testo lo avevo digitato in una delle mie prime mail: era il millenovecentoqualcosa, si aveva poca cognizione di quello che di lì a poco sarebbe accaduto.

ma vale la pena raccontare questa storia? non credo. per il tanto frastuono e la scarsità di segnale ci si è ormai convinti nell’animo che non valga più la pena di raccontare niente. eppure senza racconti la vita sarebbe soffocante, persino impensabile.

in strada a un’amica tra circa quindici ore: “ho thread di conversazione attivi dove da mesi o anni non si fa altro che scambiare pittogrammi, occasionalmente intervallati da scipite righe che non sembrano più capaci di comunicare nulla oltre a un saluto e un rimbrotto”. nessuno sa più quale sia l’argomento di discussione, e proprio come tra le macchine che ci educano il grosso della comunicazione consta di ping e velati comandi. visto lo stato aggravato, acerrimo delle cose, la cosa più sensata sarebbe rimuovere qualsivoglia intento comunicativo dalla narrazione, rimuovere ogni componente comunicativa dall’espressione. sulla pagina wikipedia di John Ashbery si legge che “a dispetto dell’opacità, della complessità postmoderna” dei suoi scritti, il poeta “desiderava che la sua opera fosse accessibile a quanta più gente possibile, che non fosse un dialogo privato con se stesso”. ovviamente, seguendo i due link di riferimento, che rimandano uno a un articolo del New York Times (forse responsabile della fantasiosa interpretazione), comunque sepolto dietro un paywall, e l’altro a uno stralcio di trasmissione radiofonica, si scopre che Ashbery aveva detto tutt’altro:

Scott Simon: Lei ritiene che le sue poesie siano accessibili?

John Ashbery: Beh, mi si dice che non lo sono. Vorrei che fossero accessibili a quanta più gente possibile. E sono… non direi personali… ma parlano dell’isolamento di tutti noi, del nostro intimo, della difficoltà del pensare e del giungere alle conclusioni. Da questo punto di vista sono, almeno credo, accessibili, se qualcuno proprio vuole accedervi.

anche la citazione con la quale voglio fermarmi su questa strada apparentemente senza sbocco, per averla letta riportata in una recensione ove era fatta risalire a un’intervista del 1999 come menzionata da una terza persona, e che sono poi riuscito a rintracciare dopo vari giri di query e galeoni pirata, stavo per riportarla di quarta mano. l’intervistatrice ricorda il passaggio in francese de La Montagna Incantata e ripete quello che aveva da dire Castorp, il protagonista, a proposito: ovvero che in una lingua straniera non doveva sobbarcarsi la responsabilità di quello che diceva, e che, in altre parole, non sarebbe stato in grado di proclamare la sua dichiarazione d’amore in tedesco.

Monika Totten: Ma non aveva problemi a farlo in francese. Questa è una cosa che capita anche a lei?

Yoko Tawada: [ride] Penso che sia un’illusione credere che la madrelingua sia veritiera. La madrelingua è una traduzione di pensieri non-verbali e pre-verbali. Il linguaggio per noi non è innato, è, invece, artificiale e magico. Le persone che preferiscono credere che il linguaggio debba essere identico alle emozioni e ai pensieri umani non gradiscono parlare in lingua straniera. Par loro di dover fingere d’essere qualcun altro, e che parlando una lingua straniera stiano mentendo. Le lingue straniere richiamano la nostra attenzione al fatto che il linguaggio in sé, persino la propria madrelingua, sia una traduzione. Spesso dopo un reading arriva qualcuno a dirmi che non scriverebbe mai letteratura in lingua straniera. Per costui la letteratura è qualcosa di profondo, qualcosa che ha a che fare con l’inconscio. Ma il punto è che non sono le profondità del testo, ma le sue superfici, le lettere, i giochi di parole e il suono delle stesse e i lapsus che hanno qualcosa a che fare con l’inconscio. E queste superfici risaltano di più per chi la lingua in questione non l’ha appresa come madrelingua.

c’è possibilità che non siano solo le regole del gioco a sfuggirci, ma proprio di che gioco si tratti.

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scrivevo sul diario nell’ultima settimana del 2020:

parlare e condividere porta più spesso che altro all’esacerbarsi delle crisi. non porta soltanto a quello: diciamo che è anche il primo passo dell’incantare e dell’ammaliare. magari non è sempre vero che ogni forma di comunicazione è ipnosi, ma innegabilmente sono poche le volte in cui una forma di comunicazione non è riscontrabile come tale. la cosa della prima frase la andavo pensando ore fa, e ora il pensiero si è fatto stantio e non è più vivo, ma prima lo stavo sviluppando e non mi andava di mettermi subito lì a scriverlo. la prossima volta imparo. parlare e condividere aggiunge quantomeno complessità alla struttura nella quale viene operato. in vita, i.e., ho parlato e condiviso davvero poco, eppure la situazione si è complicata lo stesso. pensa se avessi parlato di più. tutto questo farraginare, poi, perché in quel momento non so che problemi avessi con il comunicare e condividere, e perché prima avevo iniziato a leggere un breve paper sul cedimento strutturale delle cose complesse. in pratica, passano tanti anni e poi pure il resto del mondo si mette a parlare delle cose che pensavi di essere matto a pensare quindici anni prima. anche se quello che più probabilmente accade è che queste cose non eri il solo a pensarle, non lo sei mai stato, ma più passa il tempo e più il mondo diventa assordante, e qualche boomerangata di ritorno ogni tanto tocca che te la becchi. il mondo diventa poi sì assordante, ma pure tu ti metti d’impegno a farti assordare.

è la cosa più strana del mondo rileggere i propri diari, soprattutto quando s’è deciso d’aderire a certe immagini statiche per praticità di forma e libertà di movimento nello spazio. le preoccupazioni sembrano simili e ne emerge dunque che attanagliano l’intero serpente esadimensionale della personcina che sta lì seduta ad annotare e registrare — quello famoso con migliaia di bocche, migliaia di occhi, migliaia di ansimi e sospiri e bestemmie a cristo, l’intero unroll di ogni momento che abbiamo vissuto, stiamo vivendo e ci apprestiamo a vivere. e si scrive in continuazione delle stesse cose per vedere se nel frattempo siano lampeggiate ulteriori epifanie.

nella stessa entry, qualche paragrafo sopra:

ma nell’annuario di meraviglie buddiste di certo le scurrili riflessioni romaniche e baresi che mando a Roberto alle sei del mattino non credo che abbiano posto. dunque potrei […] e darmi un limite di tempo poi per vedere dove sono arrivato. mi piacerebbe dire: tutto il 2021. ma all’idea si allega più di qualche angoscia. facciamo che continuo a provarci e poi ci riaggiorniamo a giugno? giugno uguale estate uguale angoscia. chissà se come per la pratica di Simamukha esiste un livello dove si scavalla completamente anche da questo tipo di tensioni e paranoie prospettiche. ma certo che esiste. bisogna soltanto intuirlo.

dovevo avere tanto tempo a disposizione in quel periodo. le entry sono da lunghe a interminabili. quella citata sinora non è affatto breve, quella del giorno precedente va avanti per pagine e pagine e pagine, e a un punto di questa mi leggo annotare sto scrivendo da troppe ore, e a poco a poco perdo la facoltà di dire quello che voglio dire ma la cosa non sembra fermarmi, tanto che più avanti trascrivo — a differenza di ora senza tradurre — uno stralcio da un’anteprima arrivata per posta da un libro di Jeremy Cooper che sarebbe stato pubblicato di lì a qualche settimana:

Parte delle lettere di mia madre che non ho più le ho stracciate e gettate via pochi secondi dopo averle lette, per quanto mi avevano fatto arrabbiare. Altre sono semplicemente scomparse, forse lasciate da me in una giacca e buttate dagli addetti della tintoria, o abbandonate per sbaglio sul tavolo di un caffè. Anche se le avessi tutte, la storia che racconterebbero sarebbe comunque parziale. Niente è mai completo, tutto sempre una versione. Un’illusione immaginare che ricerche e indagini diligenti, su chiunque e qualsiasi cosa, possano dar luogo all’intero della storia. Non esiste nulla del genere.

di quel libro ho poi finito per non recuperarne una copia, gesto che andrò a compiere, forse, e assieme a decine di altri, non appena i venti d’alta quota saranno più propizi agli acquisti, anche se poi in the forthcoming apocalypse etc. e al ricercare il benvolere dei venti si dovrebbe accompagnare l’assemblaggio di vele solari come congegni esoterici.

la grande confusione mentale di questi giorni, e il tempo in buona parte impiegato a pensare e ripensare come distribuire e razionalizzare il mio output, mentre poi di fatto se perdo tempo a pensare a queste cose di output ne produco ben poco. la grande voglia di ricercare la serenità a ogni costo, quando di presupposti per la serenità non ce ne sono molti, e il dubbio conseguente di starci volendo soltanto mettere una toppa sopra, timidi sorrisi e gesta normali quando a tratti una parte di me ripete e ripete che dovrei urlare.

ma urlare cosa, poi. ho pensato che si può fare anche a meno degli asterischi. e scrivere di cose incomprensibili dando l’impressione di star compilando un saggio, interferendolo e intervallandolo con una copia statica e anastatica di un flusso di coscienza fermo nel tempo, visto che il tempo non è un fiume ma un cristallo superdenso iperdimensionale. e giù a roboare con concetti che sono sempre gli stessi, i paragrafi soltanto in apparenza a dividere pensieri che in realtà stanno lì soltanto a confabulare sempre la stessa cosa.

da domani si torna a scrivere col marker a scalpello.

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non so se sarebbe sensato avere un registro accurato e accessibile delle parole altrui che annoto ogni giorno. si tratta probabilmente di troppo lavoro. da anni gli sfalci s’ammassano a mucchi e se volgo lo sguardo, tra gialle cartelle e bianche pile, esala inattaccabile l’evidenza che un ordine sia impossibile.

questo però lo annoto, quantomeno per non perderlo: l’incipit di un libro che non credo vedrà una versione italiana. non c’era nessuna pagina dalla quale potessi copiarlo, perciò l’ho tradotto:

Ti sei mai accorto che quando siamo vicini all’acqua voglio scopare? Ricordi a Snowdonia? Quel fiume ghiacciato? Io che mi spogliavo e dispiegavo nell’oblio mentre tu t’avvizzivi e aspettavi che tutto fosse finito. Ero così estasiata che mi ci sono voluti anni per accorgermi che non eri proprio lì con me.

sullo stesso sito, in un’intervista, l’autrice:

ma ho avuto un breve istante di paura poco prima che venisse pubblicato, quand’ho pensato, “Oh, Dio, mi vedranno tutti nuda!”

a onor del vero qualsiasi registro avrebbe senso compiuto solo annotando anche come s’è arrivati al brandello in questione, le proprie pregne considerazioni e succedanei rivoli. ma per questa emenda quanto scritto sopra vale almeno il triplo. e la somma interagente di tanto sfrigolio sinaptico e assalto di fotoni ammonta ovunque a zero.

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forse quel giorno l’intervista non aveva nessuna voglia di farla. in genere rispondeva sempre con agio innaturale, con dileggiata ciarla alle domande che le venivano poste, un po’ come se conoscesse bene chi l’andava esaminando e ogni ammicco, ogni riferimento, trovasse sempre fertile mota all’atterraggio. forse non le andava e basta: la temperatura troppo alta per quelle latitudini — per non parlare di quel momento dell’anno — per altro resa più grave e inimicale dalla litania dei notiziari che di volta in volta l’appellavano con sintagmi sempre più nefasti e che ormai, dopo pandemie e guerre e aumenti e altre pandemie, altri aumenti e restrizioni e umori generali sempre più esili e volubili e tutta la corolla del crash della distopia nella realtà consensuale, sembrava generare un’orticaria istantanea che di rimando toglieva il minimo di fiato che aveva già fatto fatica a conservare fluido. le domande sui generis, poi, pregne d’un entusiasmo studentesco e giovanile che in tema d’orticaria adduceva solo insulto all’ingiuria, non fossero bastate le difficoltà di connessione iniziali e ogni bega possibile della telepresenza, erano state la goccia che aveva fatto straripare la diga. a volte, però, bisogna infilarsi in contesti impossibili per dare il meglio: e dopo aver negato una sinossi del proprio tomo fresco di stampa sulla base del fatto di non sapere mai quello che aveva scritto se non anni e anni dopo, d’aver dunque rimandato per quella l’intervistatrice alla quarta di copertina, alla domanda seguente rispose nel più perfetto, sensato e inespugnabile dei modi:

e per quanto riguarda il libro, l’ho scritto perché scrivo

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e Dror Poleg, storico dell’economia che si occupa delle conseguenze dei sistemi economici sul vissuto degli individui, ha pubblicato un articolo che apre con queste parole:

la tecnologia non vuole rimpiazzarti. la tecnologia vuole renderti intercambiabile. passiamo tanto tempo a preoccuparci di un futuro in cui non ci sarà bisogno di lavorare. dovremmo invece preoccuparci di un futuro in cui avremo ancora bisogno di lavorare, ma in cambio di questo lavoro otterremo sempre meno.

un futuro?

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la collana, che leggo sul sito essere all’ottavo anno d’attività, si prefigge di pubblicare il meglio della poesia contemporanea: sono libricini smilzi e maneggevoli, con copertine ogni volta di colori diversi stringate e minimali, che riportano solo il nome dell’autrice o dell’autore oltre al titolo e al logo dell’editore, che nel volume blu mezzanotte che ho tra le mani è d’un grigio e un nero così tenui che a malapena si distingue in basso a destra.

non deve costare molto stamparli, penso: la casa editrice è figlia d’una università albionica, eppure dal colophon leggo che il volumetto, per arrivare a casa mia nel culo dell’italia centrale, è stato stampato negli stati uniti — in virginia, posto che la mia query successiva abbia ricevuto risposta adeguata — da lì immagino risbarellato in nave in gran bretagna e proceduto oltre, su ruota, ai vari hub e depositi lungo il tragitto verso il proprio ignoto destino.

è da un po’ che vado pensando a questi oggetti che vagano da un capo all’altro del pianeta, dentro container ipoaerobici e bui, come deportati. qualche settimana fa ho letto, e provato a skippare un saliente recap a 81x, di Logistics, documentario girato da due giovani artisti svedesi che traccia 1:1 e a ritroso il percorso di un oggetto insulso, un contapassi di plastica da due lire, dal punto vendita di stoccolma alla fabbrica di shenzhen. le riprese vanno avanti per 857 ore e constano perlopiù di camere fisse su cruscotti e navi mercantili, e per buona parte della durata non si fa altro che vedere container guadare il mare.

inizio a scrivere queste cose senza avere ben chiaro in mente dove voglio arrivare. le considerazioni si alzano intorno forse non a sciami ma certo a volute, lente, pesanti, difficilmente scrutabili ma chiaramente soffocanti, come combustioni d’incensi pesanti, ognuna d’esse tuttavia ferocemente banale: la vastità del pianeta contro la pochezza della migrazione intesa, il margine di profitto contro lo smemorarsi d’esiti più sensati, la passione dell’interposto esistere tramite schermi ove porta persino a inseguire scipiti oggetti per decine di giorni e miglia — un manicheismo sciatto che fa più rabbia che senso, che pur non s’estirpa per rispetto dell’adolescente invivibile e invissuto che ancora oggi al nostro desco, a dedurlo dal puzzo di caprone, più o meno ridanciano e spavaldo s’assetta. mille considerazioni inutili, appunto, inutili proprio come il non servire a niente.

difese dai propri congegni, è chiaro, serve ravvederne altrove, e lasciare che nel frattempo la fiamma divampi e bruci ancora: a corto di comburente un giorno riusciremo anche a respirare.

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tanto per partire come al solito dal nulla dell’improvviso, “confermo la pioggia” potrebbe essere un buon titolo per un carteggio tra due individui a tema prevalentemente esoterico — tanto perché sotto sotto, a dispetto di detour artistici o puramente funzionali, sempre lì si va a parare — un buon titolo perché in realtà tanto più semplici e verificabili queste conferme e prima se ne esce.

ora il problema è che in questo giorno ed epoca, per chi alberga tra le proprie tare mentali un minimo di considerazione tipografica, riportare a stampa questo fantomatico carteggio, uno snodo fantasmagorico diffuso a rivoli in una quantità di canali — mail e allegati, messaggistica istantanea, schermate commentate a colpi di walkie-talkie, a4 da 80gr/mq stampati dagli archivi e ripiegati come origami con annotazioni a matita meccanica e marker indelebili, stralci condivisi in nube e mai più rievocati — diventa una bega non da poco, la tipica problematica tecnica che per impossibilità di venir quagliata finisce per impedire, appunto, quella manifestazione che in ultimo anche la pioggia del titolo andava più o meno oscuramente ad adombrare. Iphgenia Baal, che pur d’altro mestiere se ben ricordo impagina o ha impaginato fanzine, riviste e tomi, in quel Man Hating Psycho che credo d’aver letto a inizio anno o al termine del precedente, questi problemi non pare esserseli fatti, tanto che il primo capitolo consta del dump integrale d’un estemporaneo gruppo WhatsApp, dalla confusa origine all’inevitabile disgregazione, messaggi e timestamp del server inclusi, che proprio in virtù della sua riconosciuta forma evoca corollariamente e al di là del contenuto uno scoramento così noto ai più che nella nostra insula aurea non ci si affatica a etichettare universale. la Baal il dilemma di quagliare una simile cronaca lo aveva già risolto qualche anno fa, e più che forma, quaglia e selezione, il vero problema è del verbatim che ci attende cedendo il raduno e l’edizione ai posteri, la poca precisione che le parti trasmesse a scapicollo per poca lucidità mentale delle stazioni sono compulse a veicolare. potevo essere più preciso, dunque, stamane, in fase di carteggio, e dire che i sensi meno preponderanti sono quelli che in fase di rievocazione intessono gli scenari più ipnotici, perché diamine, tali sono in fase di evocazione. sempre e ovunque, in summa, tantissima simpatia nell’aria.

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pilota di questa carcassa

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in Cartas, sueños y otros textos compare una ricetta tratta dagli appunti della pittrice che dettaglia un metodo para provocar sueños eróticos che come nei migliori grimori è — sarcasticamente, va annotato — complicatissimo. può non sembrare uno scintillante consiglio esoterico ma in genere, per scatenare sogni erotici, basta attendere qualche giorno.

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spiega Siri Hustvedt in un’intervista letta ieri:

Ogni libro, dipinto o brano musicale prende vita nel suo lettore, spettatore o ascoltatore, ed è animato dai suoi responsi innati — dai pensieri, ma anche dalle sensazioni e dalle emozioni. Quando scrivo un romanzo, sento i protagonisti dentro di me come se fossero parte della mia memoria, ma quando parlano sulla pagina, resto spesso sorpresa da quello che dicono. Comporre una frase significa soppesarla contro un senso di giusto e sbagliato. Talvolta le parole escono ‘giuste’. Altre volte resto bloccata — le parole sembrano ‘sbagliate’ — ma se mi alzo e mi muovo, la frase compare. C’è una forte componente motoria della scrittura che viene comunicata al lettore e da questi percepita. La frase, ma anche il libro nel suo insieme, deve avere una costruzione ritmica, deve camminare, correre, balzare e capitombolare. La suspense genera frasi in staccato, la meditazione genera continuum in legato, e il lettore sente questa musica assieme alla semantica. Ma ogni narrazione esclude tanto quanto include. Leo sa che la stessa storia può essere narrata in tanti modi diversi da punti di vista differenti, ma sa anche che il suo bisogno di raccontarla è una necessità di colmare quello che con le parole si perde. E ogni romanzo è scritto per qualcun altro, un lettore immaginario. Il mio capisce tutte le battute, comprende ogni riferimento e dirime ogni sarcasmo.

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altro segnale della direzione che avrebbero preso le cose: atelier di mimetismo (circa 1984/1985), congegnato in seno a un campo scout estivo allo scopo di restare appizzati nelle selve a fumare indisturbati, più generalmente a essere invisibili. l’orbitalità quantomeno come predestinazione, quando non direttamente destino.

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ormai da qualche tempo, disse, opero all’intersezione tra neuroscienze e cucina intuitiva, con un orientamento morale che solo di recente mi sono visto definire caotico neutrale. morale è una parola sconveniente, che sembra alludere a guitte deduzioni nascoste come spie nelle militi fila del tutt’altro, una branca della messaggistica dove non faccio altro che presentarti una mia idea, tanto la sento risuonare forte tra le pareti delle membrane, per vedere se riesce ad assordare anche te e tutti quelli a cui avrai grazia, pur con certa incoscienza, di riferirla. sembra alludere, sì, e non è quello che intendo: immagino più un risico diagramma che descrive opinabili potenzialità di spostamento da sovraimprimere al dato punto della mappa estemporaneamente occupato.

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e sono riuscito di nuovo ad arrivare alle otto senza stilare alcuno dei righi intesi: qualche minuto dopo le sette, tra volute e pallide luci, cacche di cane su breccia e tumidi aghi di pino, tubanti colonie di colombi e primi schiocchi del macchinario dei piani soprastanti che s’avviava al nuovo giorno, aveva preso forma affidabilmente nitida una critica alle gabbie sempre più circoscritte ove i calcoli vanno a costringere le esternazioni — un rantolo in realtà, uno di sparuti ritornelli così tanto intonati da poterli insignire tormentoni — ma poi da un macchinario all’altro, e vittima della medesima meccanica, in puro stupor daemonis anche la critica è scivolata sullo sfondo per procedere in una selva sempre più oscura e anaerobica.

la partita era iniziata in realtà già ieri: al principio del meriggio scoprivo di non essere in grado di lavorare, non per la festa comandata in atto ma per aver sentito la mente scarica e brama indi di nutrirla. la mossa sbagliata è stata recuperare dai recessi altrettanto anaerobici d’un mobile uno di n dischi rigidi sulle piste, sicuro, di qualche spettro, e d’essermi a seguito dileggiato a scrutare cartelle dove a occhio erano fissate copie d’istantanee raccolte con le lenti misere di dispositivi mobili che ormai non esistono più: in una di queste, per motivi non più noti, avevo apparentemente ritratto una pagina di diario che riportava una sbiadita allegoria d’ippodromi e tempi infinitesimali di reazioni involontarie che situava il protagonista, tanto per cambiare, in una qualche impossibilità di sorta a stringere i denti e congegnare altre possibilità di risoluzione. è stato lì che mi sono reso conto d’averli persi di vista, i diari di quell’epoca, da più di qualche anno, e nelle pause dal lavoro che inesorabile come lancia di minuti è poi, festa comandata o meno, seguito, sono andato cercando qua e là nei pertugi non così innumerevoli della risica dimora, sulle prime e seconde senza successo e con crescente smarrimento e sentore di disfatta, per poi alla fine, ormai a sera, messe a tacere le voci schiamazzanti che vado sottotitolando per mangiare, con un gesto secco di quattro o cinque mobili spostati per dare adito a uno sportello di schiudersi, di quei diari ne ho ritrovata una pila forse parziale ma tuttavia cospicua, una torre di blocchi ad anelli, le loro pagine fronte e retro coperte da bulerías d’inchiostri di bic a vari stadi di sbiaditura, i brevi lassi di mesi registrati riportati in da/a tremuli sulle copertine.

quelli che restano fermi non si rendono conto delle catene, mi scorre davanti nell’epigrafe di un tumblr a inizio meriggio. la frase è attribuita a Rosa Luxembourg, ma un centro studi marxista tedesco ne sconfessa la maternità, dicendo che non figura in nessun testo, tranne forse, come indica un redattore in postilla, in una delle tante lettere che non sono mai state rese pubbliche.

l’idea delle lettere rese pubbliche.

sopra la pila di diari spesse buste cartonate di formati difformi, colma ognuna di foto stampate da varie fasi d’una lancinante seduzione della luce che alla fine non ho nessuna intenzione di scrollarmi di dosso. foto di modelle, foto dei cani, foto di mia moglie. e poi cavalli e ombre e altri cani, gente rubata in strada e altra ritratta mentre stava lì a guardarmi per altri motivi.

e niente: anche qui non si raggiunge un punto. dalla prima riga a questa sono trascorse dodici ore di cervello frullo e lavoro tirato coi denti perché non c’era verso di usare creanza e stile. le poche notizie che ho letto non avevano nulla a che fare con le notizie e mi raccontavano di sperequazioni e fulgori e infine di divari sempre più incolmabili. ma anche questo è un trito ritornello, e forse si fa in tempo ancora a cantarlo domani.

2022-08-14-T08.31.01

nel vernacolo che più e più ancestralmente mi pervade si definiscono de coccio gli individui particolarmente ostinati e meno propensi al tener conto di necessità e vezzi altrui. nel tardo pomeriggio di ieri mi sentivo motivato a mettere nero su bianco questo dato come premessa a una recondita e sotterranea, privata aspirazione al coccio, contrapposta al peso e alla basilare sconvenienza d’una pratica empatica che il più delle volte, statisticamente, sembra aver condotto di preferenza in nessun luogo per tramite d’una tortuosità che forse ci si poteva anche risparmiare.

stamane, tuttavia, col fumo delle prime sigarette che s’andava a intrecciare in giardino alle prime luci del giorno, tipo risulta d’un principiante sobbollire è emersa alla consapevolezza o quantomeno alla mera considerazione un’altra possibile sfumatura del coccio — ovvero, quella particolare incapacità d’aver compreso a un punto del passato la gittata d’un proprio range, avendo così perso occasione d’eventi corollari che nessun incantesimo retroattivo, forse, potrà oggi rendere di nuovo verificabili. c’è adombro d’artrite nelle dita che infilzano queste righe di parole ma nessun rammarico: era solo per dire che sembra inutile oggi aspirare al coccio perché s’è triti d’esser bimbi di carne e ossa, quando a un’analisi appena più accorta emerge dolentemente che è proprio nelle file della ceramica che s’è sovente vissuti, o tra i cristalli, sugli scaffali delle condizioni iniziali e ignari, in affatto presaghe attese della maldestria taurina che, emergendo come proprio dai ranghi della classe magica di voluminose e inesplicabili fiere fuori contesto, in ultimo ridurrà tutto in frantumi.

2022-08-11-T19.11.54

sembra impossibile eludere da questa prassi medievale per cui al potere si paventano entità via via più mostruose e decerebri, come se da un lato fosse plausibile l’alba d’una apocalisse e dall’altro, anzi che togliersi dalle mazzate, con una scrollatina di spalle alla storia le medesime s’andassero affrettando a prender posto per salvaguardare il poco prima d’alluvione, grande gelo o vuoto nudo abisso. le notizie non avranno nulla a che fare con la realtà, ma occupano slot nel cogito dei più, che cogita di rimando scene sempre più soffocanti, nelle quali poi anche a noi storicamente orbitali, quando non coartatamente orbitanti, tocca vivere con smisurata pena.

la notte dormo tra poco e nulla perché ormai il caldo ha rotto il cazzo: le due gocce di ier l’altro poco hanno potuto, e la rimonta non ha atteso troppo, e siamo da capo a dodici, dove i dodici che al capo succedono, per v. sopra e raccolto vaticinio dei cieli, nessuno pur pronosticando sa che configurazione assumeranno. dormo poco e divago, un poco allucino e il resto seguo incipit solo di rado toccando il fondo dei capitoli iniziali. i testi più avvincenti annidano troppa angoscia, i meno non v’è motivo d’insisterli o perpetrarli, le righe che non ammettono d’aver finto sgravano nozioni di cui per carenza di spazio possiamo per ora farne a meno, e gli ami appunto ineludibili chissà chi è che riesce ancora a scagliarli.

oggi, nei cieli, addirittura, solo sparuti rombi, così lontani tra loro che di volta in volta li si poteva scambiare col trasloco delle scuole dirimpetto o il transito dei velivoli di linea.

sembra che gli arrembaggi si possano evitare soltanto navigando sin dove nessuno può raggiungerti.

2022-08-09-T20.42.45

poi una cosa confusa sul cielo che andava avanti ore a rombare senza che nulla di rimando schiantasse a terra irrìgo: le dita che non trovano più la giusta destinazione sulla scacchiera delle lettere, e a ogni lemma di senso compiuto precede un grumo di bradi dittonghi e impronunciabili particole. nell’assedio che procede con le unghie già troppo lunghe a minacciare i margini ci si riduce all’ultimo istante a lasciare una traccia che pur girando da ore nei bassifondi delle meningi, quando si esprime sembra ancora più confusa, insensata.

tra cielo che rombava e ancor’arida terra s’intravedeva ammicco d’un pattuito amplesso, dove allo strascico ineludibile d’una tensione ai vivi nota succede lo sgorgo d’un rilascio denso atteso giorni, settimane, mesi: icore di nude pietre e bulico di geosmine assise, come predoni pronte a far ratto di gole e strangolando infine, come se il dramma ultimo dell’universo si nascondesse davvero ovunque, oppure vounque, oppure proprio quello il dunque: fare domani una cosa sana di mente. una. almeno una. per non smarrire il vezzo.

2022-08-06-T03.13.24

sapevo di foglie secche, lacero, gli occhi esplosi

2022-08-05-T08.27.59

poi ore — persino un giorno — dopo, volevo scrivere che in quest’assedio sembra pressoché impossibile ritenere un’anche singola stilla della propria concentrazione: l’attenzione torna appunto al suo ancestrale ondivagare, insaziabile, inarrestata, e bisogna convincersi che solo un punto su potenziali milioni la valga per portare a termine o solo verso il compimento alcunché.

anche qui, poi, ci si è rifatti più o meno inconsciamente, incoscienti, alla vertigine sin dalle pietre angolari: ci si arresta a contemplare un frammento di presente ma si precipita subito a capofitto nel turchino dei trascorsi fino al momento inevitabile dello schianto, che al pari delle peggiori risoluzioni narrative, potrebbe pure coincidere con un risveglio.

2022-08-04-T19.27.09

dal rogo dell’estate la giovinezza esala a fumi e ottunde

2022-08-04-T19.11.29

non capita sovente di prepararsi a un debutto. il tesauro elenca scipiti commiato, congedo e addio alle scene al suo antipode, ma a questo punto dell’orbita s’è più propensi a ravvedervi un forbito permanere eseguendo, con la speranza d’aver idea anche già pallida del demone che ci ha portati a calcare la scena e dei suoi oscillanti grappoli di moti.

2022-07-28-T16.58.26

la cittadella era in qualche modo simile a questa che andiamo calcando da una decina di giorni: piccola, costiera, popolata e vacanziera. diverso il suo assetto nello spazio: si sviluppava perpendicolarmente sulla fascia terminale d’una serie di dirupi, e proprio in groppa a questi passavamo del tempo a farci foto a vicenda, cane compreso — nel senso che anche lui fotografava noi, oltre a farsi fotografare in pose sceme come già noi stavamo facendo. scesi poi giù vicino alla riva, che era una lunga cordata di scogli e muraglie di cemento all’altezza della caviglia, mangiando forse un gelato il papà d’una famigliola al tavolo vicino annuncia ai figli che in mare c’è una balena, che tuttavia tra le onde altissime e inferocite non riesco a scorgere. le stesse onde a ogni arrivo a terraferma schiantano oltre il basso muricciolo e tutti i marciapiedi dello stretto porticato sono fradici d’acqua salmastra. a un certo punto un’onda, neanche troppo più grande delle altre, poco lontano dalla gelateria e in coincidenza d’un angolo che dava inizio a un altro lungo tratto di porticato, riversa sul marciapiede una creatura molto simile a una foca, anche se più grande, poco assestata nella forma che volge all’umanoide, e ferita, sia a un occhio che alla coda, in parte mangiata via. a nessuno sembra importare molto. ci agitiamo, cerchiamo di richiamare l’attenzione della gente che cammina in ciabatte e la nota soltanto per schivarne la sagoma e proseguire la passeggiata. la creatura sta palesemente soffrendo, anche se penso che le onde che continuano a scrosciarle addosso, i quali schizzi non mancano di imperlare le cartoline esposte in uno stand a ridosso dell’angolo, fanno in modo almeno di tenerla idratata. non è chiaro se respiri aria o acqua. guardarla negli occhi reca una tristezza insostenibile, come se quel nero emanasse o anche solo rispecchiasse tutta la disperazione e il dolore del cosmo. faccio per avvicinarmi ulteriormente ma,

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sto scoprendo di non riuscire a fare molto in questi giorni: sveglie all’alba, a sole già alto, nel cuore della notte causa soliti sogni di merda — e sole sulla pelle nuda, sigarette e caffè sotto al patio anaerobico, la poca aria che arde dalle cicale ai grilli senza un attimo di tregua. lavoro non ne arriva e il burnout è reale. a tratti il sospetto che questa pagina sia un remake di gone outside.

sarebbe bello poter scrivere dilaga l’anarchia. ma questo non accade. quello che più che dilagare sembra ormai esser sin troppo dilagato è questo piglio d’obliviousness che vedo avvinto ai simili, che peraltro per nessun motivo mi sento compulso a biasimare. ognuno fa quello che può, alla fine, in totale assenza d’indizi e spesso privo d’una anche remotamente affidabile, o solo tentativamente sensata, capacità d’astrazione. in girum imus nocte perché la notte è dilagata ovunque.

e il libraio autonomo dalle mie parti che un giorno tanti anni fa quel palindromo lo tradusse ‘nnamo ‘n giro de notte e damo foco a tutto.

sulla spiaggia stamane s’era fermata a riva davanti a noi una coppia di vecchini molto anziani. palesi, pressoché inignorabili i segni d’una tenera devastazione temporale. sembrava irrispettoso fotografarli ma non si poteva non farlo. la lente ai primi scatti era appannata da qualcosa di oleoso e sulle immagini è rimasta una patina di foschia sognante, un filtro glamour completamente inadeguato e tuttavia perfetto, pregnante, come ricordarsi di sé un milione di iterazioni dopo, incerti e avviluppati (ibid.) dall’alzheimer.

Fluttuazioni grandi sarebbero quasi inconcepibilmente rare, ma possibili per le enormi dimensioni dell’universo e all’idea che siamo risultato di queste fluttuazioni, ci sarebbe un “effetto di selezione”: osserviamo questo universo molto improbabile perché abbiamo bisogno di condizioni improbabili per sorgere.

però appunto, il remake di gone outside anche no, considerando che le eco di quella fase se la staranno ancora fischiando in coda al tinnito e che non ravvedo nei meandri dei pertugi laminari un’anche sparuta stilla d’anelar convalescenza.

anelar tutt’altro, invece, quello è poco e certo. e qui la tentazione è d’impilare righe su righe d’ulteriori apparenti insensatezze, più livide di quelle che hanno preceduto. di foto dei vecchini ne metterò su un’altra, l’ultima scattata, quando esfiltrano dal range della mia visione e procedono verso il resto del loro giorno, tenendosi per mano. oppure no, non metto su neanche quella. ne lascio l’ecfrasi a tagliola cognitiva e buona la prima.

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la cosa più sensata, va detto, è prendere e spegnerlo, questo computer, toglierlo almeno per qualche giorno — per questi giorni — dalla postazione temporanea sul piedistallo di quattro paperback tedeschi lasciati indietro dagli ospiti precedenti, e arrendersi al pensiero che senza necessità immanente di rendere si può anche evitare di provare a produrre. l’afa è asfissiante e la piscina emozionale, tanto è cheta la tensione in superficie, potrebbe anche essere piena di candiru. prima, forse un’ora fa, mentre mi ustionavo sul sundeck d’emergenza, udivo tra le grida dell’acufene e il frinire di cicale il distinguibilissimo rombo d’un temporale in lontananza. con gli occhi mi sono messo a scrutare l’estensione dell’orizzonte, che dopo una cinquantina di ore ancora non sono riuscito a capire verso che nodo cardinale volga, ma non ho visto indizio di nulla del genere. poi, finita la sigaretta, via dentro, nel clima differito della refrigerazione d’ambiente, ad accucciare le dita sulla tastiera mentre i polsi si spaccano contro l’orlo ligneo del tavolo di piastrelle.

la cosa peggiore, o migliore, è che sembra sempre esserci un’altra possibilità: nel bene o nel male, e grazie al cielo o ai venti d’alta quota, raggiungiamo sempre posizioni parziali, da dove è necessario fare altri passi, e chissà se mai sapremo quanti, per migliorare, eccellere o finire di distruggere. questo non perché siamo una specie pavida: solo perché, invece, come tutte le altre che ci coesistono siamo una specie limitata. quelle che ci coesistono sono probabilmente le stesse che ci sopravvivono. sarebbe orribile, impensabile il contrario.

i grafici di bbc world news ci restituiscono una europa in buona parte sbranata dalle fiamme. annotarlo è importante non per rifare Jahrestage, ma per tener traccia in futuro di cos’è che andava informando, arricchendo o mortificando lo scenario psichico al rediger della cronaca, di cosa si nutriva la paura per acquistare forza e chiedere il suo posto al fianco delle altre emozioni, chiedere d’essere riconosciuta alla pari — certo non l’opera più semplice nel cranio di qualcuno cresciuto estrapolando un’etica dal poco che capiva dei supereroi.

It is 18,524 days from the start date to the current date. Or 50 years, 8 months, 19 days. Or 608 months, 19 days. 2646 weeks and 2 days.

gabbiani, gazze, qualche misteriosa cincia e una congrega di passerotti che per motivi ignoti ha abbandonato in massa e con giulivo sciabordìo l’ulivo alle mie spalle come se stesse arrivando l’uragano. il rapace notturno di ieri notte l’ho visto con la coda dell’occhio e solo troppo tardi e per quanto andava veloce non sono neanche riuscito a identificarlo. marte, giove, la luna su mercurio e poi saturno erano disposti lungo lo stesso arco, perlomeno al centro di quell’ora dove il cervello ancora non ci permetteva di dormire. con una fionda avrei potuto distruggere le luci perimetrali che impedivano al nero d’esser tale e far da giusta cornice a quelle luci di vecchie foto. avrei potuto significa avrei dovuto e non si esclude che a un punto del prossimo futuro avrò dovuto e pace. vega si distingueva a occhio nudo rimandando in onda il film dell’unica volta che la vidi al telescopio. le stelle hanno tutte fretta, ha detto Paola. non aveva torto. ogni sorta d’esplosive fusioni, fugaci estemporanee allucinazioni in inafferrabili sequenze di lampi, sgorgo e manifestarsi di metalli pesanti dal nulla.

questa zona non è coperta dalla rete cellulare e per definizione siamo irraggiungibili quanto le stelle. quale rendere, allora, quale produrre? poste distanza e lontananza a unico bossolo, ogni uomo e ogni donna è una supernova. ogni creatura. non è detto che serva fare la fine delle aragoste. l’unica velocità che conta è quella del pensiero.

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con la finestra di calibre aperta a pieno schermo, il consueto dilemma di che scagliare nel lettore. a mettere troppa roba si rischia di fare nella propria testa collezione d’incipit e confusione di riferimenti, a metterne poca di non trovare quello che si vuole in un momento che giocoforza dislocato nel futuro non può essere anticipatamente meglio identificato o determinato.

secondo me, perlomeno in questo momento, è inopportuno elencare cosa vado inserendo.

una indagine che vorrei almeno principiare: una valutazione degli esiti pandemici che attraversano, metabolizzanti o tentativamente metabolizzati, il genere dell’autofiction. ce l’ho praticamente quasi a portata di mano (v. la finestra di calibre poche righe sopra) e devo solo iniziare a leggere per crearmi una prima idea. dubito che lo farò. a ogni piè sospinto e margine della visione si vanno annidando mansioni da svolgere, la quale più opportuna ora è pregressa ormai da tempo. bisogna darsi da fare. dove quel bisogna è un po’ la fonte dei problemi.

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in epigrafe a Exquisite Cadavers di Meena Kandasamy trovo una citazione di M. NourbeSe Philip che dice:

The purpose of avant-garde writing for a writer of colour is to prove you are human.

fuori contesto, ma potrebbe essere lo scopo, o almeno un proposito, d’ogni scrittura quello di provare a dimostrare, o anche solo ricordare, la propria umanità. si possono vergare migliaia di pagine partendo da questo semplice assunto, dal moto oceanico dell’umanità ancorché dai rivoli capillari dell’identità. poi non è detto che sia opera semplice. la Kandasamy di cui sopra il suo libro lo compila in due colonne: in quella che sembra la principale si muove una giovane coppia londinese di finzione, e in quella a margine, corpo minuto, caratteri variabili e inchiostro più chiaro, viene annotata la cronaca della stesura della prima.

No one treats us as writers, only as diarists who survived.

(forse) nel 2015, mentre ricomponevo un’edizione cartacea, poi stampata in pochissime copie — forse sette — di tsunami notes, man mano che affioravano ricordi, considerazioni e sdegnati addenda, ho ponderato seriamente l’idea di compilare note su note relative a quegli scritti derelitti per dare poi alle stampe quelle sole note senza il corpus che andavano a commentare. fantasma d’un fantasma etc. passati tanti anni, e vieppiù intensi, l’operazione è simile: una radiocronaca alla quale si accede in media res, privi del contesto che la informa. lettura come naufragio.

poi più tardi:

The author is grumbling that this very special purpose device doesn’t have quite the feature set he wants. The era of writing on paper was backed by a large human staff of typists, rewriters, fact-checkers, editors, and Linotype operators. Everything was re-keyed several times before it reached print. It’s not about nostalgia for typewriters. It’s about nostalgia for servants.

l’unica spiegazione plausibile per ora è che come specie ci siamo smarriti in idiozie, e che quasi nessun gioco di dadi valga più lo straccio della tunica insanguinata. non ho particolare piacere a scrivere queste frasi funeste, e pertanto dovrei smetterla.

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in un commento su hacker news ho appena letto la frase this is just a side effect of hypercapitalism at play: non importa neanche molto a cosa fosse riferito. quasi tutto quello che ci circonda è un effetto collaterale del medesimo e dei suoi corollari, che come in un romanzetto distopico a questo punto assurgono a una moltitudine. si sono visti negli ultimi giorni ed ore sempre più individui abbandonare le navi per togliersi dalle mazzate, ma a nessuno degli spettatori sembra mai sovvenire che questa possibilità di abbandono sia un grado di rimozione (dai problemi immediati come dalla realtà consensuale) ormai paragonabile alla regalità, alla sovranità. che cazzo cercano ancora queste persone? ma non ricordano nulla dei libri di storia? le teste dei sovrani, nei momenti di maggior baldanzoso tripudio, tendono sovente a rotolare a terra rimosse dal corpo. chissà se come grado di rimozione può bastare.

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devo fermarmi, è perfetto così. sufficientemente anonimo, perlomeno a uno sguardo esterno, cui appare praticamente devitalizzato, anche se sotto scialacqua fumante non poco magma. e per il resto si tratta soltanto di brevi note. ieri ho fatto persino un tentativo di integrarle nell’archivio privato, ma qualcosa è andato storto, nel senso che per farlo mi sono reso conto che la versione corrente dell’archivio privato presentava non poche beghe che mi erano sfuggite nella fretta e furia con cui l’avevo dovuto assemblare per salvarlo dall’ennesima cancellazione. pagina bianca cosa? qui devo tenere soltanto a mente le due righe di front matter. la barriera è sempre più prossima allo zero.

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viene fuori che ho sbagliato: ho messo un’immagine e il mero dato ha interrotto il flusso, portandomi a un arresto. però l’immagine è così bella che non ho alcuna voglia di toglierla. e nessuna voglia di restare in arresto, come una battuta. dunque dovrò proseguire.

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un meraviglioso cane nero invoca ed evoca il fulmine correndo sulle rive di un lago

(Stella, ottobre 2009)

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ecco, l’esigenza di andare avanti a scrivere per un po’, senza farsi troppi problemi su quello che si vede comparire a schermo, di modo poi da avere due o tre righe compatte di testo, o roghi di letterine, senza troppi problemi, per testare tutto fino in fondo; e queste stesse righe che non significano nulla, e che dovranno restare qui, per un po’, a segnare il posto, sperando che la folgore non ci colga nel frattempo.