2022-10-02-T08.51.08

a Talamanca Cioran scriveva che ogni rivoluzione è datata perché si fa con idee passate e sopravvivenze ideologiche. paranoicamente voglio appuntare da giorni che forse è proprio questo il piano: il progetto ultimo di impossibilitare le idee non sgorga tanto dalla volontà di facilitare l’aggiogamento quanto da quella di impedire le rivoluzioni. già oggi qualsiasi movimento o cella dovrebbe pattinare a lungo e in ogni possibile direzione il fiume ghiacciato senza che in vista vi siano foci, sorgenti o emissari, e le idee passate, da tanto sono passate senza dar vita ad altro, assurgono ormai a deboli eco, segnali sempre più flebili ove dei sonar che potrebbero rilevarli ci si è smemorati della forma prima ancora che del funzionamento, della sostanza.

sembra un cogito amaro e come tale dovrebbe serbare le vele spiegate del riscatto, ma non le sento, non le vedo: resistere sembra una preoccupazione più vivida della rivoluzione, mille volte in più ora che le forze che ci oppongono vogliono solo, e ineluttabilmente, piallarci. e c’è sempre il rischio che sia il solito gioco di specchi e che in nuce stia accadendo tutt’altro: ignoto ai più nella meno complessa delle trame e ignoto a ognuno nella raggiera delle restanti.

2022-09-23-T08.02.13

ho dormito abbastanza, il che vuol dire che, forse, non è più il momento di dormire. la penna è stata poggiata e poi ripresa solo a tratti nella carovana di ore seguite. note di lavoro, numeri di telefono, battute smozzicate agli script e pensieri in fuga, disegni di pesci, pitoni, polpi e uccellini: da qualche parte in casa i recipienti vaghi che ne contengono a frotte sono le scatole nere del loa trabaille al centro del cuore. nelle puntate precedenti, mentre scrivo il diario che fuori albeggia, emerge alla mia consapevolezza il concetto di antisingolarità: dove nella singolarità come spettacolarmente intesa l’accelerazione tecnologica permette all’intelligenza artificiale di scavalcare quella umana, nell’antisingolarità

nessuno supera nessuno, le capacità computative di uomini e macchine pattinano a vuoto perché ormai i sistemi sono saturi di merda e non solo non resta più niente da pensare, si è anche smarrita la cognizione di come andrebbe fatto

e non servono neanche verifiche: l’antico assioma del gigo, in virtù della medesima accelerazione, rende da tempo responsi immaginificamente inservibili, e a furia di accelerare le colonne di fiamma delle culture esplose sembrano l’unico vessillo capace di condurci al cielo, lo stesso cielo, comunque, vuoto per miliardi di chilometri e indimorabilmente glaciale.

2022-09-08-T18.05.10

magari invece di aprire il blocco note dovrei riaprire la dashboard e continuare a lavorare, anche se vado avanti dalle tre del mattino dopo tentata morte da parte dell’organismo, questo sconosciuto, questo complesso sistema di farraginosi ammassi e così limpide svettanti scattanti scagliate retratte confisse inabissate raggianti tensioni e scosse elettriche, sovranità sinaptiche, sensi stesi a rete verso un mondo che per giogo del gioco, o gioco del giogo, ho persino dimenticato quanto sia davvero incomprensibile. ma forse quest’oggi a continuare a lavorare non ce la faccio: lo specchio mi rende il portamento dei pulcini e gli occhi sgranati di Bambi, i capelli spettinati perché dopo la doccia della media mane ho pure dimenticato di dargli la forma sensata del casco di banane che storicamente assumevano tutt’altri capelli d’altrui spirti quand’era qualche giorno che la doccia non la vedevano — e poi mi distraggo, copio la riga di codice che esanima le legature perché al carattere corrente mi rompe le palle che la “i” che precede i plurali si trasformi nella prima singolare del supereroe che incede, del supercriminale che sproloquia il piano di conquista destinato alla disfatta per default, perché altrimenti in questo lungo vortice d’eroi naufraghi, bibbie manichee e tavolette sumere, che cosa ci dovremmo raccontare?

di fatto potrei pure venire giù da un momento all’altro come la torre dei tarocchi o un più gioviale castello di carte. lanciare le dita nelle righe prima che l’artrosi ci derubi dell’ultimo sogno smemore d’inaudite esecuzioni automatiche. sogno nella mota perché alla fine ogni virgulto resta ed asfissia, tende e trafora e verso luce arde e corre e sale, come non ci fosse un cazzo di domani o come se, questo domani, fosse soltanto un pensiero di passaggio, e tutto quello che c’è da sapere te l’hanno già detto i pini.

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eppure al netto delle rivendicazioni spirituali e degli ammicchi contriti dei guru suadenti quello del karma è un concetto semplice, persino basilare: se continui a spargere merda, prima o poi te ne ritroverai circondato.

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dopodiché, raccontai, il mio sogno procede stereo. da un lato il mio tulpa e la tua olosegretaria — ma poi non ricordo come continuava. il testo lo avevo digitato in una delle mie prime mail: era il millenovecentoqualcosa, si aveva poca cognizione di quello che di lì a poco sarebbe accaduto.

ma vale la pena raccontare questa storia? non credo. per il tanto frastuono e la scarsità di segnale ci si è ormai convinti nell’animo che non valga più la pena di raccontare niente. eppure senza racconti la vita sarebbe soffocante, persino impensabile.

in strada a un’amica tra circa quindici ore: “ho thread di conversazione attivi dove da mesi o anni non si fa altro che scambiare pittogrammi, occasionalmente intervallati da scipite righe che non sembrano più capaci di comunicare nulla oltre a un saluto e un rimbrotto”. nessuno sa più quale sia l’argomento di discussione, e proprio come tra le macchine che ci educano il grosso della comunicazione consta di ping e velati comandi. visto lo stato aggravato, acerrimo delle cose, la cosa più sensata sarebbe rimuovere qualsivoglia intento comunicativo dalla narrazione, rimuovere ogni componente comunicativa dall’espressione. sulla pagina wikipedia di John Ashbery si legge che “a dispetto dell’opacità, della complessità postmoderna” dei suoi scritti, il poeta “desiderava che la sua opera fosse accessibile a quanta più gente possibile, che non fosse un dialogo privato con se stesso”. ovviamente, seguendo i due link di riferimento, che rimandano uno a un articolo del New York Times (forse responsabile della fantasiosa interpretazione), comunque sepolto dietro un paywall, e l’altro a uno stralcio di trasmissione radiofonica, si scopre che Ashbery aveva detto tutt’altro:

Scott Simon: Lei ritiene che le sue poesie siano accessibili?

John Ashbery: Beh, mi si dice che non lo sono. Vorrei che fossero accessibili a quanta più gente possibile. E sono… non direi personali… ma parlano dell’isolamento di tutti noi, del nostro intimo, della difficoltà del pensare e del giungere alle conclusioni. Da questo punto di vista sono, almeno credo, accessibili, se qualcuno proprio vuole accedervi.

anche la citazione con la quale voglio fermarmi su questa strada apparentemente senza sbocco, per averla letta riportata in una recensione ove era fatta risalire a un’intervista del 1999 come menzionata da una terza persona, e che sono poi riuscito a rintracciare dopo vari giri di query e galeoni pirata, stavo per riportarla di quarta mano. l’intervistatrice ricorda il passaggio in francese de La Montagna Incantata e ripete quello che aveva da dire Castorp, il protagonista, a proposito: ovvero che in una lingua straniera non doveva sobbarcarsi la responsabilità di quello che diceva, e che, in altre parole, non sarebbe stato in grado di proclamare la sua dichiarazione d’amore in tedesco.

Monika Totten: Ma non aveva problemi a farlo in francese. Questa è una cosa che capita anche a lei?

Yoko Tawada: [ride] Penso che sia un’illusione credere che la madrelingua sia veritiera. La madrelingua è una traduzione di pensieri non-verbali e pre-verbali. Il linguaggio per noi non è innato, è, invece, artificiale e magico. Le persone che preferiscono credere che il linguaggio debba essere identico alle emozioni e ai pensieri umani non gradiscono parlare in lingua straniera. Par loro di dover fingere d’essere qualcun altro, e che parlando una lingua straniera stiano mentendo. Le lingue straniere richiamano la nostra attenzione al fatto che il linguaggio in sé, persino la propria madrelingua, sia una traduzione. Spesso dopo un reading arriva qualcuno a dirmi che non scriverebbe mai letteratura in lingua straniera. Per costui la letteratura è qualcosa di profondo, qualcosa che ha a che fare con l’inconscio. Ma il punto è che non sono le profondità del testo, ma le sue superfici, le lettere, i giochi di parole e il suono delle stesse e i lapsus che hanno qualcosa a che fare con l’inconscio. E queste superfici risaltano di più per chi la lingua in questione non l’ha appresa come madrelingua.

c’è possibilità che non siano solo le regole del gioco a sfuggirci, ma proprio di che gioco si tratti.

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scrivevo sul diario nell’ultima settimana del 2020:

parlare e condividere porta più spesso che altro all’esacerbarsi delle crisi. non porta soltanto a quello: diciamo che è anche il primo passo dell’incantare e dell’ammaliare. magari non è sempre vero che ogni forma di comunicazione è ipnosi, ma innegabilmente sono poche le volte in cui una forma di comunicazione non è riscontrabile come tale. la cosa della prima frase la andavo pensando ore fa, e ora il pensiero si è fatto stantio e non è più vivo, ma prima lo stavo sviluppando e non mi andava di mettermi subito lì a scriverlo. la prossima volta imparo. parlare e condividere aggiunge quantomeno complessità alla struttura nella quale viene operato. in vita, i.e., ho parlato e condiviso davvero poco, eppure la situazione si è complicata lo stesso. pensa se avessi parlato di più. tutto questo farraginare, poi, perché in quel momento non so che problemi avessi con il comunicare e condividere, e perché prima avevo iniziato a leggere un breve paper sul cedimento strutturale delle cose complesse. in pratica, passano tanti anni e poi pure il resto del mondo si mette a parlare delle cose che pensavi di essere matto a pensare quindici anni prima. anche se quello che più probabilmente accade è che queste cose non eri il solo a pensarle, non lo sei mai stato, ma più passa il tempo e più il mondo diventa assordante, e qualche boomerangata di ritorno ogni tanto tocca che te la becchi. il mondo diventa poi sì assordante, ma pure tu ti metti d’impegno a farti assordare.

è la cosa più strana del mondo rileggere i propri diari, soprattutto quando s’è deciso d’aderire a certe immagini statiche per praticità di forma e libertà di movimento nello spazio. le preoccupazioni sembrano simili e ne emerge dunque che attanagliano l’intero serpente esadimensionale della personcina che sta lì seduta ad annotare e registrare — quello famoso con migliaia di bocche, migliaia di occhi, migliaia di ansimi e sospiri e bestemmie a cristo, l’intero unroll di ogni momento che abbiamo vissuto, stiamo vivendo e ci apprestiamo a vivere. e si scrive in continuazione delle stesse cose per vedere se nel frattempo siano lampeggiate ulteriori epifanie.

nella stessa entry, qualche paragrafo sopra:

ma nell’annuario di meraviglie buddiste di certo le scurrili riflessioni romaniche e baresi che mando a Roberto alle sei del mattino non credo che abbiano posto. dunque potrei […] e darmi un limite di tempo poi per vedere dove sono arrivato. mi piacerebbe dire: tutto il 2021. ma all’idea si allega più di qualche angoscia. facciamo che continuo a provarci e poi ci riaggiorniamo a giugno? giugno uguale estate uguale angoscia. chissà se come per la pratica di Simamukha esiste un livello dove si scavalla completamente anche da questo tipo di tensioni e paranoie prospettiche. ma certo che esiste. bisogna soltanto intuirlo.

dovevo avere tanto tempo a disposizione in quel periodo. le entry sono da lunghe a interminabili. quella citata sinora non è affatto breve, quella del giorno precedente va avanti per pagine e pagine e pagine, e a un punto di questa mi leggo annotare sto scrivendo da troppe ore, e a poco a poco perdo la facoltà di dire quello che voglio dire ma la cosa non sembra fermarmi, tanto che più avanti trascrivo — a differenza di ora senza tradurre — uno stralcio da un’anteprima arrivata per posta da un libro di Jeremy Cooper che sarebbe stato pubblicato di lì a qualche settimana:

Parte delle lettere di mia madre che non ho più le ho stracciate e gettate via pochi secondi dopo averle lette, per quanto mi avevano fatto arrabbiare. Altre sono semplicemente scomparse, forse lasciate da me in una giacca e buttate dagli addetti della tintoria, o abbandonate per sbaglio sul tavolo di un caffè. Anche se le avessi tutte, la storia che racconterebbero sarebbe comunque parziale. Niente è mai completo, tutto sempre una versione. Un’illusione immaginare che ricerche e indagini diligenti, su chiunque e qualsiasi cosa, possano dar luogo all’intero della storia. Non esiste nulla del genere.

di quel libro ho poi finito per non recuperarne una copia, gesto che andrò a compiere, forse, e assieme a decine di altri, non appena i venti d’alta quota saranno più propizi agli acquisti, anche se poi in the forthcoming apocalypse etc. e al ricercare il benvolere dei venti si dovrebbe accompagnare l’assemblaggio di vele solari come congegni esoterici.

la grande confusione mentale di questi giorni, e il tempo in buona parte impiegato a pensare e ripensare come distribuire e razionalizzare il mio output, mentre poi di fatto se perdo tempo a pensare a queste cose di output ne produco ben poco. la grande voglia di ricercare la serenità a ogni costo, quando di presupposti per la serenità non ce ne sono molti, e il dubbio conseguente di starci volendo soltanto mettere una toppa sopra, timidi sorrisi e gesta normali quando a tratti una parte di me ripete e ripete che dovrei urlare.

ma urlare cosa, poi. ho pensato che si può fare anche a meno degli asterischi. e scrivere di cose incomprensibili dando l’impressione di star compilando un saggio, interferendolo e intervallandolo con una copia statica e anastatica di un flusso di coscienza fermo nel tempo, visto che il tempo non è un fiume ma un cristallo superdenso iperdimensionale. e giù a roboare con concetti che sono sempre gli stessi, i paragrafi soltanto in apparenza a dividere pensieri che in realtà stanno lì soltanto a confabulare sempre la stessa cosa.

da domani si torna a scrivere col marker a scalpello.

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non so se sarebbe sensato avere un registro accurato e accessibile delle parole altrui che annoto ogni giorno. si tratta probabilmente di troppo lavoro. da anni gli sfalci s’ammassano a mucchi e se volgo lo sguardo, tra gialle cartelle e bianche pile, esala inattaccabile l’evidenza che un ordine sia impossibile.

questo però lo annoto, quantomeno per non perderlo: l’incipit di un libro che non credo vedrà una versione italiana. non c’era nessuna pagina dalla quale potessi copiarlo, perciò l’ho tradotto:

Ti sei mai accorto che quando siamo vicini all’acqua voglio scopare? Ricordi a Snowdonia? Quel fiume ghiacciato? Io che mi spogliavo e dispiegavo nell’oblio mentre tu t’avvizzivi e aspettavi che tutto fosse finito. Ero così estasiata che mi ci sono voluti anni per accorgermi che non eri proprio lì con me.

sullo stesso sito, in un’intervista, l’autrice:

ma ho avuto un breve istante di paura poco prima che venisse pubblicato, quand’ho pensato, “Oh, Dio, mi vedranno tutti nuda!”

a onor del vero qualsiasi registro avrebbe senso compiuto solo annotando anche come s’è arrivati al brandello in questione, le proprie pregne considerazioni e succedanei rivoli. ma per questa emenda quanto scritto sopra vale almeno il triplo. e la somma interagente di tanto sfrigolio sinaptico e assalto di fotoni ammonta ovunque a zero.

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forse quel giorno l’intervista non aveva nessuna voglia di farla. in genere rispondeva sempre con agio innaturale, con dileggiata ciarla alle domande che le venivano poste, un po’ come se conoscesse bene chi l’andava esaminando e ogni ammicco, ogni riferimento, trovasse sempre fertile mota all’atterraggio. forse non le andava e basta: la temperatura troppo alta per quelle latitudini — per non parlare di quel momento dell’anno — per altro resa più grave e inimicale dalla litania dei notiziari che di volta in volta l’appellavano con sintagmi sempre più nefasti e che ormai, dopo pandemie e guerre e aumenti e altre pandemie, altri aumenti e restrizioni e umori generali sempre più esili e volubili e tutta la corolla del crash della distopia nella realtà consensuale, sembrava generare un’orticaria istantanea che di rimando toglieva il minimo di fiato che aveva già fatto fatica a conservare fluido. le domande sui generis, poi, pregne d’un entusiasmo studentesco e giovanile che in tema d’orticaria adduceva solo insulto all’ingiuria, non fossero bastate le difficoltà di connessione iniziali e ogni bega possibile della telepresenza, erano state la goccia che aveva fatto straripare la diga. a volte, però, bisogna infilarsi in contesti impossibili per dare il meglio: e dopo aver negato una sinossi del proprio tomo fresco di stampa sulla base del fatto di non sapere mai quello che aveva scritto se non anni e anni dopo, d’aver dunque rimandato per quella l’intervistatrice alla quarta di copertina, alla domanda seguente rispose nel più perfetto, sensato e inespugnabile dei modi:

e per quanto riguarda il libro, l’ho scritto perché scrivo

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e Dror Poleg, storico dell’economia che si occupa delle conseguenze dei sistemi economici sul vissuto degli individui, ha pubblicato un articolo che apre con queste parole:

la tecnologia non vuole rimpiazzarti. la tecnologia vuole renderti intercambiabile. passiamo tanto tempo a preoccuparci di un futuro in cui non ci sarà bisogno di lavorare. dovremmo invece preoccuparci di un futuro in cui avremo ancora bisogno di lavorare, ma in cambio di questo lavoro otterremo sempre meno.

un futuro?

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la collana, che leggo sul sito essere all’ottavo anno d’attività, si prefigge di pubblicare il meglio della poesia contemporanea: sono libricini smilzi e maneggevoli, con copertine ogni volta di colori diversi stringate e minimali, che riportano solo il nome dell’autrice o dell’autore oltre al titolo e al logo dell’editore, che nel volume blu mezzanotte che ho tra le mani è d’un grigio e un nero così tenui che a malapena si distingue in basso a destra.

non deve costare molto stamparli, penso: la casa editrice è figlia d’una università albionica, eppure dal colophon leggo che il volumetto, per arrivare a casa mia nel culo dell’italia centrale, è stato stampato negli stati uniti — in virginia, posto che la mia query successiva abbia ricevuto risposta adeguata — da lì immagino risbarellato in nave in gran bretagna e proceduto oltre, su ruota, ai vari hub e depositi lungo il tragitto verso il proprio ignoto destino.

è da un po’ che vado pensando a questi oggetti che vagano da un capo all’altro del pianeta, dentro container ipoaerobici e bui, come deportati. qualche settimana fa ho letto, e provato a skippare un saliente recap a 81x, di Logistics, documentario girato da due giovani artisti svedesi che traccia 1:1 e a ritroso il percorso di un oggetto insulso, un contapassi di plastica da due lire, dal punto vendita di stoccolma alla fabbrica di shenzhen. le riprese vanno avanti per 857 ore e constano perlopiù di camere fisse su cruscotti e navi mercantili, e per buona parte della durata non si fa altro che vedere container guadare il mare.

inizio a scrivere queste cose senza avere ben chiaro in mente dove voglio arrivare. le considerazioni si alzano intorno forse non a sciami ma certo a volute, lente, pesanti, difficilmente scrutabili ma chiaramente soffocanti, come combustioni d’incensi pesanti, ognuna d’esse tuttavia ferocemente banale: la vastità del pianeta contro la pochezza della migrazione intesa, il margine di profitto contro lo smemorarsi d’esiti più sensati, la passione dell’interposto esistere tramite schermi ove porta persino a inseguire scipiti oggetti per decine di giorni e miglia — un manicheismo sciatto che fa più rabbia che senso, che pur non s’estirpa per rispetto dell’adolescente invivibile e invissuto che ancora oggi al nostro desco, a dedurlo dal puzzo di caprone, più o meno ridanciano e spavaldo s’assetta. mille considerazioni inutili, appunto, inutili proprio come il non servire a niente.

difese dai propri congegni, è chiaro, serve ravvederne altrove, e lasciare che nel frattempo la fiamma divampi e bruci ancora: a corto di comburente un giorno riusciremo anche a respirare.

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tanto per partire come al solito dal nulla dell’improvviso, “confermo la pioggia” potrebbe essere un buon titolo per un carteggio tra due individui a tema prevalentemente esoterico — tanto perché sotto sotto, a dispetto di detour artistici o puramente funzionali, sempre lì si va a parare — un buon titolo perché in realtà tanto più semplici e verificabili queste conferme e prima se ne esce.

ora il problema è che in questo giorno ed epoca, per chi alberga tra le proprie tare mentali un minimo di considerazione tipografica, riportare a stampa questo fantomatico carteggio, uno snodo fantasmagorico diffuso a rivoli in una quantità di canali — mail e allegati, messaggistica istantanea, schermate commentate a colpi di walkie-talkie, a4 da 80gr/mq stampati dagli archivi e ripiegati come origami con annotazioni a matita meccanica e marker indelebili, stralci condivisi in nube e mai più rievocati — diventa una bega non da poco, la tipica problematica tecnica che per impossibilità di venir quagliata finisce per impedire, appunto, quella manifestazione che in ultimo anche la pioggia del titolo andava più o meno oscuramente ad adombrare. Iphgenia Baal, che pur d’altro mestiere se ben ricordo impagina o ha impaginato fanzine, riviste e tomi, in quel Man Hating Psycho che credo d’aver letto a inizio anno o al termine del precedente, questi problemi non pare esserseli fatti, tanto che il primo capitolo consta del dump integrale d’un estemporaneo gruppo WhatsApp, dalla confusa origine all’inevitabile disgregazione, messaggi e timestamp del server inclusi, che proprio in virtù della sua riconosciuta forma evoca corollariamente e al di là del contenuto uno scoramento così noto ai più che nella nostra insula aurea non ci si affatica a etichettare universale. la Baal il dilemma di quagliare una simile cronaca lo aveva già risolto qualche anno fa, e più che forma, quaglia e selezione, il vero problema è del verbatim che ci attende cedendo il raduno e l’edizione ai posteri, la poca precisione che le parti trasmesse a scapicollo per poca lucidità mentale delle stazioni sono compulse a veicolare. potevo essere più preciso, dunque, stamane, in fase di carteggio, e dire che i sensi meno preponderanti sono quelli che in fase di rievocazione intessono gli scenari più ipnotici, perché diamine, tali sono in fase di evocazione. sempre e ovunque, in summa, tantissima simpatia nell’aria.

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pilota di questa carcassa

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in Cartas, sueños y otros textos compare una ricetta tratta dagli appunti della pittrice che dettaglia un metodo para provocar sueños eróticos che come nei migliori grimori è — sarcasticamente, va annotato — complicatissimo. può non sembrare uno scintillante consiglio esoterico ma in genere, per scatenare sogni erotici, basta attendere qualche giorno.

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spiega Siri Hustvedt in un’intervista letta ieri:

Ogni libro, dipinto o brano musicale prende vita nel suo lettore, spettatore o ascoltatore, ed è animato dai suoi responsi innati — dai pensieri, ma anche dalle sensazioni e dalle emozioni. Quando scrivo un romanzo, sento i protagonisti dentro di me come se fossero parte della mia memoria, ma quando parlano sulla pagina, resto spesso sorpresa da quello che dicono. Comporre una frase significa soppesarla contro un senso di giusto e sbagliato. Talvolta le parole escono ‘giuste’. Altre volte resto bloccata — le parole sembrano ‘sbagliate’ — ma se mi alzo e mi muovo, la frase compare. C’è una forte componente motoria della scrittura che viene comunicata al lettore e da questi percepita. La frase, ma anche il libro nel suo insieme, deve avere una costruzione ritmica, deve camminare, correre, balzare e capitombolare. La suspense genera frasi in staccato, la meditazione genera continuum in legato, e il lettore sente questa musica assieme alla semantica. Ma ogni narrazione esclude tanto quanto include. Leo sa che la stessa storia può essere narrata in tanti modi diversi da punti di vista differenti, ma sa anche che il suo bisogno di raccontarla è una necessità di colmare quello che con le parole si perde. E ogni romanzo è scritto per qualcun altro, un lettore immaginario. Il mio capisce tutte le battute, comprende ogni riferimento e dirime ogni sarcasmo.

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altro segnale della direzione che avrebbero preso le cose: atelier di mimetismo (circa 1984/1985), congegnato in seno a un campo scout estivo allo scopo di restare appizzati nelle selve a fumare indisturbati, più generalmente a essere invisibili. l’orbitalità quantomeno come predestinazione, quando non direttamente destino.

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ormai da qualche tempo, disse, opero all’intersezione tra neuroscienze e cucina intuitiva, con un orientamento morale che solo di recente mi sono visto definire caotico neutrale. morale è una parola sconveniente, che sembra alludere a guitte deduzioni nascoste come spie nelle militi fila del tutt’altro, una branca della messaggistica dove non faccio altro che presentarti una mia idea, tanto la sento risuonare forte tra le pareti delle membrane, per vedere se riesce ad assordare anche te e tutti quelli a cui avrai grazia, pur con certa incoscienza, di riferirla. sembra alludere, sì, e non è quello che intendo: immagino più un risico diagramma che descrive opinabili potenzialità di spostamento da sovraimprimere al dato punto della mappa estemporaneamente occupato.

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e sono riuscito di nuovo ad arrivare alle otto senza stilare alcuno dei righi intesi: qualche minuto dopo le sette, tra volute e pallide luci, cacche di cane su breccia e tumidi aghi di pino, tubanti colonie di colombi e primi schiocchi del macchinario dei piani soprastanti che s’avviava al nuovo giorno, aveva preso forma affidabilmente nitida una critica alle gabbie sempre più circoscritte ove i calcoli vanno a costringere le esternazioni — un rantolo in realtà, uno di sparuti ritornelli così tanto intonati da poterli insignire tormentoni — ma poi da un macchinario all’altro, e vittima della medesima meccanica, in puro stupor daemonis anche la critica è scivolata sullo sfondo per procedere in una selva sempre più oscura e anaerobica.

la partita era iniziata in realtà già ieri: al principio del meriggio scoprivo di non essere in grado di lavorare, non per la festa comandata in atto ma per aver sentito la mente scarica e brama indi di nutrirla. la mossa sbagliata è stata recuperare dai recessi altrettanto anaerobici d’un mobile uno di n dischi rigidi sulle piste, sicuro, di qualche spettro, e d’essermi a seguito dileggiato a scrutare cartelle dove a occhio erano fissate copie d’istantanee raccolte con le lenti misere di dispositivi mobili che ormai non esistono più: in una di queste, per motivi non più noti, avevo apparentemente ritratto una pagina di diario che riportava una sbiadita allegoria d’ippodromi e tempi infinitesimali di reazioni involontarie che situava il protagonista, tanto per cambiare, in una qualche impossibilità di sorta a stringere i denti e congegnare altre possibilità di risoluzione. è stato lì che mi sono reso conto d’averli persi di vista, i diari di quell’epoca, da più di qualche anno, e nelle pause dal lavoro che inesorabile come lancia di minuti è poi, festa comandata o meno, seguito, sono andato cercando qua e là nei pertugi non così innumerevoli della risica dimora, sulle prime e seconde senza successo e con crescente smarrimento e sentore di disfatta, per poi alla fine, ormai a sera, messe a tacere le voci schiamazzanti che vado sottotitolando per mangiare, con un gesto secco di quattro o cinque mobili spostati per dare adito a uno sportello di schiudersi, di quei diari ne ho ritrovata una pila forse parziale ma tuttavia cospicua, una torre di blocchi ad anelli, le loro pagine fronte e retro coperte da bulerías d’inchiostri di bic a vari stadi di sbiaditura, i brevi lassi di mesi registrati riportati in da/a tremuli sulle copertine.

quelli che restano fermi non si rendono conto delle catene, mi scorre davanti nell’epigrafe di un tumblr a inizio meriggio. la frase è attribuita a Rosa Luxembourg, ma un centro studi marxista tedesco ne sconfessa la maternità, dicendo che non figura in nessun testo, tranne forse, come indica un redattore in postilla, in una delle tante lettere che non sono mai state rese pubbliche.

l’idea delle lettere rese pubbliche.

sopra la pila di diari spesse buste cartonate di formati difformi, colma ognuna di foto stampate da varie fasi d’una lancinante seduzione della luce che alla fine non ho nessuna intenzione di scrollarmi di dosso. foto di modelle, foto dei cani, foto di mia moglie. e poi cavalli e ombre e altri cani, gente rubata in strada e altra ritratta mentre stava lì a guardarmi per altri motivi.

e niente: anche qui non si raggiunge un punto. dalla prima riga a questa sono trascorse dodici ore di cervello frullo e lavoro tirato coi denti perché non c’era verso di usare creanza e stile. le poche notizie che ho letto non avevano nulla a che fare con le notizie e mi raccontavano di sperequazioni e fulgori e infine di divari sempre più incolmabili. ma anche questo è un trito ritornello, e forse si fa in tempo ancora a cantarlo domani.

2022-08-14-T08.31.01

nel vernacolo che più e più ancestralmente mi pervade si definiscono de coccio gli individui particolarmente ostinati e meno propensi al tener conto di necessità e vezzi altrui. nel tardo pomeriggio di ieri mi sentivo motivato a mettere nero su bianco questo dato come premessa a una recondita e sotterranea, privata aspirazione al coccio, contrapposta al peso e alla basilare sconvenienza d’una pratica empatica che il più delle volte, statisticamente, sembra aver condotto di preferenza in nessun luogo per tramite d’una tortuosità che forse ci si poteva anche risparmiare.

stamane, tuttavia, col fumo delle prime sigarette che s’andava a intrecciare in giardino alle prime luci del giorno, tipo risulta d’un principiante sobbollire è emersa alla consapevolezza o quantomeno alla mera considerazione un’altra possibile sfumatura del coccio — ovvero, quella particolare incapacità d’aver compreso a un punto del passato la gittata d’un proprio range, avendo così perso occasione d’eventi corollari che nessun incantesimo retroattivo, forse, potrà oggi rendere di nuovo verificabili. c’è adombro d’artrite nelle dita che infilzano queste righe di parole ma nessun rammarico: era solo per dire che sembra inutile oggi aspirare al coccio perché s’è triti d’esser bimbi di carne e ossa, quando a un’analisi appena più accorta emerge dolentemente che è proprio nelle file della ceramica che s’è sovente vissuti, o tra i cristalli, sugli scaffali delle condizioni iniziali e ignari, in affatto presaghe attese della maldestria taurina che, emergendo come proprio dai ranghi della classe magica di voluminose e inesplicabili fiere fuori contesto, in ultimo ridurrà tutto in frantumi.

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sembra impossibile eludere da questa prassi medievale per cui al potere si paventano entità via via più mostruose e decerebri, come se da un lato fosse plausibile l’alba d’una apocalisse e dall’altro, anzi che togliersi dalle mazzate, con una scrollatina di spalle alla storia le medesime s’andassero affrettando a prender posto per salvaguardare il poco prima d’alluvione, grande gelo o vuoto nudo abisso. le notizie non avranno nulla a che fare con la realtà, ma occupano slot nel cogito dei più, che cogita di rimando scene sempre più soffocanti, nelle quali poi anche a noi storicamente orbitali, quando non coartatamente orbitanti, tocca vivere con smisurata pena.

la notte dormo tra poco e nulla perché ormai il caldo ha rotto il cazzo: le due gocce di ier l’altro poco hanno potuto, e la rimonta non ha atteso troppo, e siamo da capo a dodici, dove i dodici che al capo succedono, per v. sopra e raccolto vaticinio dei cieli, nessuno pur pronosticando sa che configurazione assumeranno. dormo poco e divago, un poco allucino e il resto seguo incipit solo di rado toccando il fondo dei capitoli iniziali. i testi più avvincenti annidano troppa angoscia, i meno non v’è motivo d’insisterli o perpetrarli, le righe che non ammettono d’aver finto sgravano nozioni di cui per carenza di spazio possiamo per ora farne a meno, e gli ami appunto ineludibili chissà chi è che riesce ancora a scagliarli.

oggi, nei cieli, addirittura, solo sparuti rombi, così lontani tra loro che di volta in volta li si poteva scambiare col trasloco delle scuole dirimpetto o il transito dei velivoli di linea.

sembra che gli arrembaggi si possano evitare soltanto navigando sin dove nessuno può raggiungerti.

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poi una cosa confusa sul cielo che andava avanti ore a rombare senza che nulla di rimando schiantasse a terra irrìgo: le dita che non trovano più la giusta destinazione sulla scacchiera delle lettere, e a ogni lemma di senso compiuto precede un grumo di bradi dittonghi e impronunciabili particole. nell’assedio che procede con le unghie già troppo lunghe a minacciare i margini ci si riduce all’ultimo istante a lasciare una traccia che pur girando da ore nei bassifondi delle meningi, quando si esprime sembra ancora più confusa, insensata.

tra cielo che rombava e ancor’arida terra s’intravedeva ammicco d’un pattuito amplesso, dove allo strascico ineludibile d’una tensione ai vivi nota succede lo sgorgo d’un rilascio denso atteso giorni, settimane, mesi: icore di nude pietre e bulico di geosmine assise, come predoni pronte a far ratto di gole e strangolando infine, come se il dramma ultimo dell’universo si nascondesse davvero ovunque, oppure vounque, oppure proprio quello il dunque: fare domani una cosa sana di mente. una. almeno una. per non smarrire il vezzo.

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sapevo di foglie secche, lacero, gli occhi esplosi

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poi ore — persino un giorno — dopo, volevo scrivere che in quest’assedio sembra pressoché impossibile ritenere un’anche singola stilla della propria concentrazione: l’attenzione torna appunto al suo ancestrale ondivagare, insaziabile, inarrestata, e bisogna convincersi che solo un punto su potenziali milioni la valga per portare a termine o solo verso il compimento alcunché.

anche qui, poi, ci si è rifatti più o meno inconsciamente, incoscienti, alla vertigine sin dalle pietre angolari: ci si arresta a contemplare un frammento di presente ma si precipita subito a capofitto nel turchino dei trascorsi fino al momento inevitabile dello schianto, che al pari delle peggiori risoluzioni narrative, potrebbe pure coincidere con un risveglio.

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dal rogo dell’estate la giovinezza esala a fumi e ottunde

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non capita sovente di prepararsi a un debutto. il tesauro elenca scipiti commiato, congedo e addio alle scene al suo antipode, ma a questo punto dell’orbita s’è più propensi a ravvedervi un forbito permanere eseguendo, con la speranza d’aver idea anche già pallida del demone che ci ha portati a calcare la scena e dei suoi oscillanti grappoli di moti.

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la cittadella era in qualche modo simile a questa che andiamo calcando da una decina di giorni: piccola, costiera, popolata e vacanziera. diverso il suo assetto nello spazio: si sviluppava perpendicolarmente sulla fascia terminale d’una serie di dirupi, e proprio in groppa a questi passavamo del tempo a farci foto a vicenda, cane compreso — nel senso che anche lui fotografava noi, oltre a farsi fotografare in pose sceme come già noi stavamo facendo. scesi poi giù vicino alla riva, che era una lunga cordata di scogli e muraglie di cemento all’altezza della caviglia, mangiando forse un gelato il papà d’una famigliola al tavolo vicino annuncia ai figli che in mare c’è una balena, che tuttavia tra le onde altissime e inferocite non riesco a scorgere. le stesse onde a ogni arrivo a terraferma schiantano oltre il basso muricciolo e tutti i marciapiedi dello stretto porticato sono fradici d’acqua salmastra. a un certo punto un’onda, neanche troppo più grande delle altre, poco lontano dalla gelateria e in coincidenza d’un angolo che dava inizio a un altro lungo tratto di porticato, riversa sul marciapiede una creatura molto simile a una foca, anche se più grande, poco assestata nella forma che volge all’umanoide, e ferita, sia a un occhio che alla coda, in parte mangiata via. a nessuno sembra importare molto. ci agitiamo, cerchiamo di richiamare l’attenzione della gente che cammina in ciabatte e la nota soltanto per schivarne la sagoma e proseguire la passeggiata. la creatura sta palesemente soffrendo, anche se penso che le onde che continuano a scrosciarle addosso, i quali schizzi non mancano di imperlare le cartoline esposte in uno stand a ridosso dell’angolo, fanno in modo almeno di tenerla idratata. non è chiaro se respiri aria o acqua. guardarla negli occhi reca una tristezza insostenibile, come se quel nero emanasse o anche solo rispecchiasse tutta la disperazione e il dolore del cosmo. faccio per avvicinarmi ulteriormente ma,

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sto scoprendo di non riuscire a fare molto in questi giorni: sveglie all’alba, a sole già alto, nel cuore della notte causa soliti sogni di merda — e sole sulla pelle nuda, sigarette e caffè sotto al patio anaerobico, la poca aria che arde dalle cicale ai grilli senza un attimo di tregua. lavoro non ne arriva e il burnout è reale. a tratti il sospetto che questa pagina sia un remake di gone outside.

sarebbe bello poter scrivere dilaga l’anarchia. ma questo non accade. quello che più che dilagare sembra ormai esser sin troppo dilagato è questo piglio d’obliviousness che vedo avvinto ai simili, che peraltro per nessun motivo mi sento compulso a biasimare. ognuno fa quello che può, alla fine, in totale assenza d’indizi e spesso privo d’una anche remotamente affidabile, o solo tentativamente sensata, capacità d’astrazione. in girum imus nocte perché la notte è dilagata ovunque.

e il libraio autonomo dalle mie parti che un giorno tanti anni fa quel palindromo lo tradusse ‘nnamo ‘n giro de notte e damo foco a tutto.

sulla spiaggia stamane s’era fermata a riva davanti a noi una coppia di vecchini molto anziani. palesi, pressoché inignorabili i segni d’una tenera devastazione temporale. sembrava irrispettoso fotografarli ma non si poteva non farlo. la lente ai primi scatti era appannata da qualcosa di oleoso e sulle immagini è rimasta una patina di foschia sognante, un filtro glamour completamente inadeguato e tuttavia perfetto, pregnante, come ricordarsi di sé un milione di iterazioni dopo, incerti e avviluppati (ibid.) dall’alzheimer.

Fluttuazioni grandi sarebbero quasi inconcepibilmente rare, ma possibili per le enormi dimensioni dell’universo e all’idea che siamo risultato di queste fluttuazioni, ci sarebbe un “effetto di selezione”: osserviamo questo universo molto improbabile perché abbiamo bisogno di condizioni improbabili per sorgere.

però appunto, il remake di gone outside anche no, considerando che le eco di quella fase se la staranno ancora fischiando in coda al tinnito e che non ravvedo nei meandri dei pertugi laminari un’anche sparuta stilla d’anelar convalescenza.

anelar tutt’altro, invece, quello è poco e certo. e qui la tentazione è d’impilare righe su righe d’ulteriori apparenti insensatezze, più livide di quelle che hanno preceduto. di foto dei vecchini ne metterò su un’altra, l’ultima scattata, quando esfiltrano dal range della mia visione e procedono verso il resto del loro giorno, tenendosi per mano. oppure no, non metto su neanche quella. ne lascio l’ecfrasi a tagliola cognitiva e buona la prima.

2022-07-18-T15.20.38

la cosa più sensata, va detto, è prendere e spegnerlo, questo computer, toglierlo almeno per qualche giorno — per questi giorni — dalla postazione temporanea sul piedistallo di quattro paperback tedeschi lasciati indietro dagli ospiti precedenti, e arrendersi al pensiero che senza necessità immanente di rendere si può anche evitare di provare a produrre. l’afa è asfissiante e la piscina emozionale, tanto è cheta la tensione in superficie, potrebbe anche essere piena di candiru. prima, forse un’ora fa, mentre mi ustionavo sul sundeck d’emergenza, udivo tra le grida dell’acufene e il frinire di cicale il distinguibilissimo rombo d’un temporale in lontananza. con gli occhi mi sono messo a scrutare l’estensione dell’orizzonte, che dopo una cinquantina di ore ancora non sono riuscito a capire verso che nodo cardinale volga, ma non ho visto indizio di nulla del genere. poi, finita la sigaretta, via dentro, nel clima differito della refrigerazione d’ambiente, ad accucciare le dita sulla tastiera mentre i polsi si spaccano contro l’orlo ligneo del tavolo di piastrelle.

la cosa peggiore, o migliore, è che sembra sempre esserci un’altra possibilità: nel bene o nel male, e grazie al cielo o ai venti d’alta quota, raggiungiamo sempre posizioni parziali, da dove è necessario fare altri passi, e chissà se mai sapremo quanti, per migliorare, eccellere o finire di distruggere. questo non perché siamo una specie pavida: solo perché, invece, come tutte le altre che ci coesistono siamo una specie limitata. quelle che ci coesistono sono probabilmente le stesse che ci sopravvivono. sarebbe orribile, impensabile il contrario.

i grafici di bbc world news ci restituiscono una europa in buona parte sbranata dalle fiamme. annotarlo è importante non per rifare Jahrestage, ma per tener traccia in futuro di cos’è che andava informando, arricchendo o mortificando lo scenario psichico al rediger della cronaca, di cosa si nutriva la paura per acquistare forza e chiedere il suo posto al fianco delle altre emozioni, chiedere d’essere riconosciuta alla pari — certo non l’opera più semplice nel cranio di qualcuno cresciuto estrapolando un’etica dal poco che capiva dei supereroi.

It is 18,524 days from the start date to the current date. Or 50 years, 8 months, 19 days. Or 608 months, 19 days. 2646 weeks and 2 days.

gabbiani, gazze, qualche misteriosa cincia e una congrega di passerotti che per motivi ignoti ha abbandonato in massa e con giulivo sciabordìo l’ulivo alle mie spalle come se stesse arrivando l’uragano. il rapace notturno di ieri notte l’ho visto con la coda dell’occhio e solo troppo tardi e per quanto andava veloce non sono neanche riuscito a identificarlo. marte, giove, la luna su mercurio e poi saturno erano disposti lungo lo stesso arco, perlomeno al centro di quell’ora dove il cervello ancora non ci permetteva di dormire. con una fionda avrei potuto distruggere le luci perimetrali che impedivano al nero d’esser tale e far da giusta cornice a quelle luci di vecchie foto. avrei potuto significa avrei dovuto e non si esclude che a un punto del prossimo futuro avrò dovuto e pace. vega si distingueva a occhio nudo rimandando in onda il film dell’unica volta che la vidi al telescopio. le stelle hanno tutte fretta, ha detto Paola. non aveva torto. ogni sorta d’esplosive fusioni, fugaci estemporanee allucinazioni in inafferrabili sequenze di lampi, sgorgo e manifestarsi di metalli pesanti dal nulla.

questa zona non è coperta dalla rete cellulare e per definizione siamo irraggiungibili quanto le stelle. quale rendere, allora, quale produrre? poste distanza e lontananza a unico bossolo, ogni uomo e ogni donna è una supernova. ogni creatura. non è detto che serva fare la fine delle aragoste. l’unica velocità che conta è quella del pensiero.

2022-07-16-T16.47.14

con la finestra di calibre aperta a pieno schermo, il consueto dilemma di che scagliare nel lettore. a mettere troppa roba si rischia di fare nella propria testa collezione d’incipit e confusione di riferimenti, a metterne poca di non trovare quello che si vuole in un momento che giocoforza dislocato nel futuro non può essere anticipatamente meglio identificato o determinato.

secondo me, perlomeno in questo momento, è inopportuno elencare cosa vado inserendo.

una indagine che vorrei almeno principiare: una valutazione degli esiti pandemici che attraversano, metabolizzanti o tentativamente metabolizzati, il genere dell’autofiction. ce l’ho praticamente quasi a portata di mano (v. la finestra di calibre poche righe sopra) e devo solo iniziare a leggere per crearmi una prima idea. dubito che lo farò. a ogni piè sospinto e margine della visione si vanno annidando mansioni da svolgere, la quale più opportuna ora è pregressa ormai da tempo. bisogna darsi da fare. dove quel bisogna è un po’ la fonte dei problemi.

2022-07-16-T07.35.38

in epigrafe a Exquisite Cadavers di Meena Kandasamy trovo una citazione di M. NourbeSe Philip che dice:

The purpose of avant-garde writing for a writer of colour is to prove you are human.

fuori contesto, ma potrebbe essere lo scopo, o almeno un proposito, d’ogni scrittura quello di provare a dimostrare, o anche solo ricordare, la propria umanità. si possono vergare migliaia di pagine partendo da questo semplice assunto, dal moto oceanico dell’umanità ancorché dai rivoli capillari dell’identità. poi non è detto che sia opera semplice. la Kandasamy di cui sopra il suo libro lo compila in due colonne: in quella che sembra la principale si muove una giovane coppia londinese di finzione, e in quella a margine, corpo minuto, caratteri variabili e inchiostro più chiaro, viene annotata la cronaca della stesura della prima.

No one treats us as writers, only as diarists who survived.

(forse) nel 2015, mentre ricomponevo un’edizione cartacea, poi stampata in pochissime copie — forse sette — di tsunami notes, man mano che affioravano ricordi, considerazioni e sdegnati addenda, ho ponderato seriamente l’idea di compilare note su note relative a quegli scritti derelitti per dare poi alle stampe quelle sole note senza il corpus che andavano a commentare. fantasma d’un fantasma etc. passati tanti anni, e vieppiù intensi, l’operazione è simile: una radiocronaca alla quale si accede in media res, privi del contesto che la informa. lettura come naufragio.

poi più tardi:

The author is grumbling that this very special purpose device doesn’t have quite the feature set he wants. The era of writing on paper was backed by a large human staff of typists, rewriters, fact-checkers, editors, and Linotype operators. Everything was re-keyed several times before it reached print. It’s not about nostalgia for typewriters. It’s about nostalgia for servants.

l’unica spiegazione plausibile per ora è che come specie ci siamo smarriti in idiozie, e che quasi nessun gioco di dadi valga più lo straccio della tunica insanguinata. non ho particolare piacere a scrivere queste frasi funeste, e pertanto dovrei smetterla.

2022-07-15-T17.59.19

in un commento su hacker news ho appena letto la frase this is just a side effect of hypercapitalism at play: non importa neanche molto a cosa fosse riferito. quasi tutto quello che ci circonda è un effetto collaterale del medesimo e dei suoi corollari, che come in un romanzetto distopico a questo punto assurgono a una moltitudine. si sono visti negli ultimi giorni ed ore sempre più individui abbandonare le navi per togliersi dalle mazzate, ma a nessuno degli spettatori sembra mai sovvenire che questa possibilità di abbandono sia un grado di rimozione (dai problemi immediati come dalla realtà consensuale) ormai paragonabile alla regalità, alla sovranità. che cazzo cercano ancora queste persone? ma non ricordano nulla dei libri di storia? le teste dei sovrani, nei momenti di maggior baldanzoso tripudio, tendono sovente a rotolare a terra rimosse dal corpo. chissà se come grado di rimozione può bastare.

2022-07-15-T17.03.42

devo fermarmi, è perfetto così. sufficientemente anonimo, perlomeno a uno sguardo esterno, cui appare praticamente devitalizzato, anche se sotto scialacqua fumante non poco magma. e per il resto si tratta soltanto di brevi note. ieri ho fatto persino un tentativo di integrarle nell’archivio privato, ma qualcosa è andato storto, nel senso che per farlo mi sono reso conto che la versione corrente dell’archivio privato presentava non poche beghe che mi erano sfuggite nella fretta e furia con cui l’avevo dovuto assemblare per salvarlo dall’ennesima cancellazione. pagina bianca cosa? qui devo tenere soltanto a mente le due righe di front matter. la barriera è sempre più prossima allo zero.

2022-07-15-T16.58.35

viene fuori che ho sbagliato: ho messo un’immagine e il mero dato ha interrotto il flusso, portandomi a un arresto. però l’immagine è così bella che non ho alcuna voglia di toglierla. e nessuna voglia di restare in arresto, come una battuta. dunque dovrò proseguire.

2022-07-10-T19.28.39

un meraviglioso cane nero invoca ed evoca il fulmine correndo sulle rive di un lago

(Stella, ottobre 2009)

2022-07-10-T16.07.01

ecco, l’esigenza di andare avanti a scrivere per un po’, senza farsi troppi problemi su quello che si vede comparire a schermo, di modo poi da avere due o tre righe compatte di testo, o roghi di letterine, senza troppi problemi, per testare tutto fino in fondo; e queste stesse righe che non significano nulla, e che dovranno restare qui, per un po’, a segnare il posto, sperando che la folgore non ci colga nel frattempo.